La miseria è la malattia

E tutto ritorna in questo pezzetto di mondo che è un altro mondo. Lontano da ogni interesse globale, grande zattera alla deriva nell’oceano Indiano. I briganti di strada e i linciaggi decretati dalla assemblea di villaggio, la fatica di coltivare la terra con le mani, I totem e le paure nella notte dove solo le stelle fanno luce nella campagna del Madagascar. E’ portentosa, terribile macchina del tempo dove una patina inquinata di modernità non riesce a nascondere il tragico risultato della miseria. Eccoli quí i fantasmi dimenticati dell’epidemia, della fame, della sporcizia. Davanti a noi, con noi, tutte le immagini letterarie, da Manzoni a Camus a Mann si fanno realtà quotidiana. I morbo spiato, sospettato, nascosto. Un fazzoletto, una mascherina a fragile protezione. Nelle cronache dei giornali, incredibilmente, ecco proprio la riedizione tropicale e contemporanea della -madre di Cecilia-. La donna si rifiuta di consegnare la figlia tredicenne morta ieri di peste agli addetti sanitari. Vuole per lei un funerale degno, aiutata da qualche vicina, maledetta da altri che temono l’infezione. Nulla é risparmiato ai poveri del Mondo, tantomeno l’arrogante ignoranza e la corrotta inefficenza dei propri rappresentanti di governo. Ma non è questa una immagine unitaria. Madagascar é anche il sorriso di tanti, é la bellezza, la resistenza, è il magnifico mare, quel che resta delle lontane foreste pluviali, le onde dell’oceano Indiano che riportano alla stanchezza e alla grandezza della nostra vita frastagliata.

IL SANTO BEVITORE DI MORONDAVA

Ecco la possibile leggenda di un santo bevitore in Madagascar. lo incontro ad ogni mio viaggio, da una decina d’anni, immutabile, silenzioso e caparbio, in periferia o sulla spiaggia di Morondava. Ogni anno mi preparo a non vederlo piú e invece lo incontro ancora, uguale nei gesti, nel passo, nella quotidianità di un sacrificio al quale ha legato la propria vita. Nessuno ricorda il peccato che ritiene così d’ estinguere ma tutti sanno del rito che compie ogni giorno. Lascia la capanna a circa quindici chilometri dalla spiaggia, all’alba, carico di bottigliette riempite d’acqua dolce , arrivato al mare le vuota tutte tra le onde della risacca, poi le riempie pazientemente di sabbia e ritorna verso casa. Non parla con nessuno e nessuno gli parla. Simile ad un Sadu o semplicemente ad un pazzo. Ma dieci anni, migliaia di giorni consumati in questa -inutile?-, titanica fatica, mi sembrano molto degne del silenzioso rispetto della sua cittá.

Kadischa.

I massaggi.

Kadisha é responsabile della “new massage” a due passi dal Parlamento.  Tre ragazze più lei stessa , fanno turni di 24 ore su 24. In una casetta sporca divisa da tende, dormono su un divanetto tra un massaggio e l’altro. Sono quasi le 8 e la invito a cena. Mai fatto prima , ma lei ha qualche cosa che mi commuove e dice subito di si , lei può.  Andiamo al Rossini un ristorante di quelli importanti a Tananarive. Mi domanda cosa vuol dire Rossini.
:-Tu non puoi immaginare cosa si vede, cosa succede-. Mi racconta gli ultimi episodi di clienti ubriachi. :-Appena riapre la strada per Diego Suarez torno a casa- .- Ho un bambino. Mia mamma è mussulmana e io qualche precetto lo seguo ; pochi pochi , per esempio non mangio maiale-.
Contenta di essere a cena con me e dei suoi ravioli di carne di zebù. Contiamo insieme i soldi (non avevo previsto un invito a cena) lei dice che se voglio bere del vino 40.O00 ariary li ha nella borsetta.

Poi, più tardi, le sue mutandine rammendate, il suo voler farmi contento. I miei regaletti le piacciono tanto e non vuole assolutamente che rompa le confezioni, come noi , da bambini, a Natale. Guarda e rimette tutto in ordine nelle scatoline. Se ne va sorridendo dicendomi che non si aspettava proprio , oggi, di ricevere regali..
Io resto solo e commosso , come tutti i vecchi.

Un bilocale

Ecco, è quasi completato. Il trasferimento delle cose è compiuto. L’anima, quella, é rimasta indietro e non vuole saperne di raggiungere il nuovo indirizzo. Dicevo che non sarebbe stata la mia nuova casa ma soltanto un rifugio, una specie di tenda nomade a riparare dal vento che si rafforza, dal freddo duro dell’inverno che arriva. Ma anche questo progetto mi é sfuggito di mano e mi accorgo che invece non è precisamente ne l’una ne l’altre cosa. Assomiglia piuttosto ad un atelier del marchè Biron a Saint-Ouen , il mercato delle pulci di Parigi.
Le pareti in cartongesso, il soppalco: quinte di un palcoscenico senza attori ma con mobili veri, cose vere, accatastate in una e più vite passate, scomparse o che vanno scomparendo. Sono proprio le cose che conservano il loro spirito autonomo e che adesso stanno qui, poco convinte, in questo giardinetto dei ciliegi a sipario abbassato. Le cose ce l’hanno la loro anima, che è appunto la loro. Penso al museo dell’innocenza, di Pamuk,a Istambul ma in quella casa é ordine, catalogo e, lo ha detto L’autore collezionista, tutto è inventato, finto, anche se sembra vero. Alle pulci invece è tutto vero, anche quello che sembra finto. Le vedo uscire, dai pochi nascondigli, le vecchie proprietarie delle vetrine di Saint-Ouen, coloratissime e datate come i cimeli che vendono, truccatissime tenutarie di un cimitero, guardiane di lapidi in cerca di collocazione. Si burlano di me direbbe un tango in un altro mercato della nostalgia, quello domenicale di San Telmo, a Buenos Aires, dove giovani ballerini disegnano l’8 tra i rigattieri, dichiarando così la distanza tra i vivi e i morti.

Ma anche : -la vita è il naufragio dei nostri progetti.-

La tanto desiderata

La tanto desiderata

Hir’iela, la tanto desiderata, nell’immaginosa lingua oceanica del Madagascar, ha tre anni.
Dalle mille stirpi che l’hanno preceduta fino a sua madre, desiderata quanto lei, é uscita una dea indiana dagli enormi occhi neri, neri capelli e un volto perfetto e scuro e lucente e serio, consapevole suo malgrado.
La mamma appartiene alla nicchia minoritaria dei Merina degli altopiani, intellettuale e ,se non ricca, certo molto lontana dalla miseria condivisa dal 90 per cento del popolo malgascio.
Al ristorante dei viggiatori, seduti di fronte, parlo con la bella signora che va in missione professionale a Majunga. Dirigerà un’importante agenzia della Banca Africana.
Arrivate le patatine fritte, la bambina ne prende una ,la immerge nella salsa rossa, ci soffia un po’ sopra, la mette in bocca. Immediatamente,senza scomporsi, spalanca la bocca e la avvicina alla mamma che smette di parlarmi per soffiare sulla linga della bambina. La cosa si ripete più volte e al mio ridere stupito spiega che Hir’iela non ha pazienza e lei col suo soffio le raffredda la patatina già mezzo ingoiata. Sono cose tra madre e figlia asserisce sorridendo.
No, penso, sono cose da rondini, certo, anche da madri e figli, sono cose antiche, molto più lontane del millenario baobab lungo il mare. Sono cose che ridanno senso al nostro resistere. Misterioso, inspiegabile, ma un senso.
Le due molto desiderate aspettano e soffiano tenerezza e benessere senza , giustamente, prevedere avvenimenti nē ricordarne. Rondini felici in un cielo eterno. Come rondini, infatti, trillano per qualche minuto prima di addormentarsi abbracciate sui sedili posteriori della navette.

Poisson = bon-bon

Da tempi immemorabili i bambini dei pescatori Veso del canale di Mozambico domandano ai pochi stranieri che incontrano sulla spiaggia un regalo. Si sono soprattutto abituati a dolci, caramelle, cioccolato. Ai “bon bon”.
La più giovane generazione, ho potuto verificare nelle scorse settimane, ha saputo trovare un modo più simpatico e antico nello stesso tempo, nel domandare.  Una fierezza particolare, una consapevolezza del proprio lavoro, della propria curiosità, del desiderio. I ragazzini che ho incontrato non chiedevano più un regalo né un dolcetto ma offrivano sorridendo un piccolo pesce, tolto dal fondo della propria piroga. Poisson-bon bon. Un pesce in cambio di un dolce, di un piccolo regalo. Uno scambio alla pari, in qualche modo, anche se a guadagnarci è ovviamente sempre il turista-viaggiatore. Si porta via un pesce, se lo desidera, ma soprattutto il sorriso e il grazie di un bambino, beni oramai introvabili alle nostre latitudini.img_1818

Emmène moi à Venise

Emmène moi à Venise. 

Portami a Venezia. Emilie me lo ha proposto subito, sorridendo, appena saputa la mia nazionalità. Una faccia bella, leale, empatica. Un umorismo leggero e una leggera amarezza. Lavora al ristorante della cugina. Ha quasi trent’anni e nella lotteria dei cuori – e soprattutto dei corpi – che si gioca in Madagascar, ancor più che altrove, il numero buono non è mai uscito per lei. Non lo ha incontrato lo straniero che l’avrebbe portata via.
“ Ho trent’ anni e non sono mai salita su un aereo, non ho mai lasciato l’Isola: portami a Venezia! ”. Rideva di me e di se stessa con una teatralità dai tempi giusti.
Me lo gridava come un’ironica supplica sporgendosi da un risciò, me lo sussurrava sorprendendomi in coda a uno sportello: “Portami a Venezia!”.
Eccola l’occasione per rimpiangere di non essere ricco. Allora sì, davvero, le avrei offerto il viaggio a Venezia. Mi avrebbe commosso il suo stupore di fronte alla grande, vetrificata bellezza della nostra città di mare. Sul mare proprio come la sua. 
So che dopo pochi giorni non avrebbe retto, che quella bellezza funebre non le avrebbe fatto dimenticare la scarmigliata vitalità, la luce tropicale e misteriosa del suo paese. La lunga spiaggia della sua città che tra mangrovia e rovinose alte maree è  parco giochi dei bambini e  viale della speranza  per gli innamorati. Una quotidianità allegra e disperata, che accetta il proprio destino come un’eredità. Ma un viaggio, almeno uno, fuori dall’isola, è importante. Poi si ritorna più convinti del proprio cammino. Persuasi della propria unica storia.img_0099

Spigolatrici di sabbia

img_1993Il miracolo di Tiberiade si rinnova ogni anno, quì, tra le acque calde di novembre, sul canale di Mozambico. Per qualche settimana le reti gettate la sera, dalla riva, dai pescatori Vezo si ritirano all’alba cariche di pesce.Le grida e le risate di gioia a sottolinearne l’abbondanza. Poi tutto tornerà come sempre. Per il resto dell’anno il pesce si cercherà lontano dalle coste, a rischio della vita, sulle fragili piroghe. Ma adesso la messe è talmente abbondante che il raccolto meno pregiato, i minuscoli pesci di pochi centimetri, tutti lische e squame, vengono abbandonati, sparsi sulla sabbia. Il sole forte li essicca in poche ore. Torneranno più tardi, forse, a riprenderseli, quelli che allevano un maiale. Sarà cibo per loro.
Ma la tradizione, come nei campi d’autunno, da noi, quando c’era ancora l’agricoltura, lascia, a chi ne ha bisogno, libertà di raccolta.
Nelle ore più calde del pomeriggio arrivano allora, sulla spiaggia bollente, giovani donne, con un figlio sulla schiena e un altro a spigolare con loro tra la sabbia calda. Cercano con le mani,raccolgono e sarchiano. Ogni tanto si fermano, bevono da una bottiglia che condividono, insistendo alla bocca del bambino più piccolo che sembra aver già accettato la durezza del Mondo e non strilla, non piange ma beve sorridendo dalle mani del fratello maggiore. Poi raccolgono quei simulacri di pesce che cuoceranno la sera col riso e mangeranno, evitando di ingoiare le lische pungenti di quel che resta delle miracolose settimane d’abbondanza.