MEKNES-RICORDO E UN INCHINO.

La straordinaria prospettiva che dai giardini del TRANSA’ portava alla vallata e alla medina la rivedo ora nel silenzio muto del ricordo. Quei minareti ,quei muri rossi d’argilla ,non potevano reggere a giorni e notti di pioggia. Leggeri come la cultura nomade che li aveva pensati.

Era dalla medina sottostante , gialla  e bianca, che si estendeva ,alle 5 del mattino, il modulare lento e forte , il silenzioso canto dei tanti minareti ,a ricordarmi la morte che è l’altra faccia di Dio.

Meknès ,mia altra città, dove ho amato e mi sono annoiato , come nella mia.

ANCORA SU MORONDAVA

Roberto Peregalli da :- i luoghi e la polvere- Bompiani 2010.

…- troviamo queste rovine dappertutto nel mondo, sparse tra le nuove costruzioni, o isolate e lontane. Quello che colpisce è la tranquillità , la pacatezza . Non servono più a nulla , non possono essere sfruttate , manipolate. Possono solo essere cancellate da una ruspa. Questa fragilità è la loro forza. Ci affascinano perché ci somigliano. Somigliano al nostro essere caduchi, alla nostra mortalità, alla sete dei nostri attimi di felicità. Al tempo stesso le rovine costituiscono una barriera contro l’efficienza , la corsa inarrestabile verso un progresso cieco, la tracotanza del potere. Sono luoghi in cui si misura una vicinanza metafisica con le cose dell’amore, del sesso, con la transitorietà di ogni tipo di legame. Baci rubati , abbracci desolati, la tristezza delicata della carne che freme di desiderio. E’ un fatto rivoluzionario , perché è uno spreco. Di spazio, di tempo, di sintassi urbana. Sono sacche di arresto nella corsa forsennata del tempo, non sono utili a nulla ma, come il silenzio in una partitura musicale, necessarie al ritmo delle cose. Permettono una visione del mondo più ampia, in cui tutto non sia già deciso, e il destino giochi la sua parte…

queste righe mi hanno ovviamente riportato a MORONDAVA e all’ineffabile desiderio d’essere ROVINA…

Roberto Sanfilippo- lecco 12 febbraio,2010