Ritorno alla Poncia

Non tornavo lì da almeno vent’anni.

L’odore dell’erba tagliata di maggio, del fango e del fieno sono diversi dal ricordo. L’ombra verde che avvolgeva tutta l’area costruita è oggi più intensa, più profonda. Forse le lunghe piogge di primavera hanno raddoppiato i rami, le foglie e i rampicanti. Così la Casa con la sala del camino, aperta come allora, sul giardino arruffato è ancora più buia e inquieta . Quasi un sapore di muffa fredda e di pioggia scende dalle scale che portavano alla sala da pranzo e alla cucina.

Molti, moltissimi i cavalli, silenziosi come sono loro, come prede. Pochi gli uomini , zitti con le zucche del mate, sotto le volte altissime del fienile, della scuderia. Un pezzo di Argentina, di Pampa umida, a pochi chilometri da casa. Ma l’Argentina è mai stata lontana per un italiano? La domanda però non è questa. La domanda è monotona, quella di sempre : cosa resta di un luogo a lungo amato e abitato, di un luogo-eppure intatto-nell’involucro esterno. Resta appunto l’involucro esterno. Solo i fantasmi delle voci, il tuo stesso fantasma, come nei tanghi di Piazzolla, tornano nei quartieri della memoria senza trovare più nulla se non luoghi frequentati da estranei.Le cavalle ,dai nomi americani, mi hanno consolato, come lo spazio aperto sulle montagne e il vento leggero e fresco.

Il -pratone- lungo e ora ben curato, il fossato fangoso dove una “baietta” chiara mi scaraventò ,con profonda allegria, insegnandomi la gioia e la brevità. La puledra di allora aspettò che rimontassi, sporco di fango,modesto e dolorante, disarcionato.

Ora non potrei più cadere così, e la cavalla di oggi mi sembra comprensiva anche se meno adolescente.

Chissa? quelle parole ,quelle voci, i nomi : Agnese , Ida; Aldo sta falciando il fieno giù in fondo, Fausto deve rinchiudere “caianello”. Sono state dette per sempre in quei pomeriggi , in quelle sere lontane d’estate.

Oggi è il silenzio, appena increspato dal poco di ghiaia rimasta, e l’ombra è più fitta.

E’ il monumentale della mia giovinezza.

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