Lisbona

Nella bella piazza del Commercio, a Lisbona, sotto i portici, sulla sinistra, guardando il Tago, un ristorante di cui non ricordo il nome ma soltanto la targa dorata all’ingresso: “ dal 1874“ .
Ordinato, bianco e legno scuro con quattro grandi nicchie dai vetri fumè, ricorda un Nord, ma solo immaginato. Nell’angolo una donna sola. Mangia fondue; la forchetta nella pignatella di rame col piccolo fuoco di sotto.
Poi nulla, solo tavoli vuoti, altari bianchi. Anche il cameriere sembra più immaginato che vero, vecchio e troppo veloce scivola come in una chiesa deserta.Troppo veloce per me, che sto seguendo stilizzate ombre cinesi al di là del sipario fumè. Non so se sono vere le ombre che guardo scendere dai piccoli tram che si fermano proprio lì fuori, nella piazza deserta, nella sera di festa. Mentre credo proprio di vedere la ragazza di Pessoa che torna a casa, nel 1935, col colletto di pizzo e un libro sulle ginocchia, vengono chiuse ad una ad una le nicchie. A nulla vale la frutta che devo mangiare all’oscuro del mondo.

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