Quito-Equador

A Quito, in Equador, a dicembre, si tiene la festa del “Senor del gran poder”. A quasi tre mila metri d’altezza, nel centro della città, si celebra una metafora dell’Andalusia. Una Siviglia nelle Ande che per una settimana confonde residenti e turisti, recita perfettamente una storia, quella dei “conquistatori”, tradotta per il “pueblos andino” con poche ma significative varianti. La più interessante è quella relativa all’ora d’inizio della corrida giornaliera: mezzogiorno! Ecco allora che il sole mitologico, verticale, sull’arena si unisce nuovamente al sacrificio del sangue. E’ una cosa forte e bella. Questa “fiesta” periferica ci riconnette ai calendari del mondo.

La Sicilia

Tre soli viaggi in Sicilia, poco più di un mese in tutto. Eppure quest’isola “senza volontà”, pessimista e fiera, terra di luce e di lutto, è l’isola del mio cognome. Ho sempre avuto “male alla Sicilia” (parafrasando Camus), tra nostalgia e impossibilità, l’ho immaginata da sempre.

I suoi scrittori, grandi, me l’hanno raccontata. Ho guardato poi la mia Catania, sotto il vulcano, e Palermo, devastata dal brutto cemento. Le montagne dell’interno ancora silenziose, Enna alta e solitaria, Caltanissetta. A Noto, quasi di fronte alla cattedrale, in una piccola trattoria, la pasta con le melanzane il profumo del basilico e l’anziana cuoca che mi guardava mangiare, nell’ombra, immaginando i padri.