Non è un Paese per i giovani, non è più un Paese per vecchi…

Nella cronaca di ieri la storia, vera, dell’ottantenne che uccide la moglie malata e poi se stesso.
“L’Esattore” è, invece, l’ultimo libro di Petros Markaris, lo scrittore greco che utilizza il “poliziesco” per raccontare la povertà e la disperazione del suo paese.
Le prime pagine sono dedicate al suicidio comune di quattro povere pensionate che lasciano “un post” sul tavolo di cucina spiegando il perchè del gesto: “Lo facciamo per aiutare l’economia greca, con le nostre pensioni si potrà sostenere qualche giovane disoccupato…”.

Un certo querty lascia, tornando alla cronaca di ieri, questo commento su un blog del “fatto quotidiano”: ricordo che i vecchi hanno già vissuto. I giovani devono ancora vivere. I vecchi hanno già avuto la loro parte, hanno avuto tutto, lavoro e famiglia, magari senza neanche uno straccio di laurea. Basta. Non devono rubare dal piatto degli altri.
A quelli che osano lamentarsi che prenderanno la pensione “solo” a 70 anni, ricordo che i giovani non la prenderanno mai.
L’eutanasia? Io non ho mai parlato di eutanasia. Chi ha già vissuto dovrebbe proprio capire di togliersi di mezzo da solo, non scaricare perfino questa responsabilità sugli altri.

La “Grecia” come metafora del nuovo mondo? La “Grecia percepita”, ieri, ha compiuto nell’immaginario della vicina Italia un altro, importante, passo avanti…

VIGILIA ELETTORALE

L’ansia, cattiva, acida, niente affatto simile all’inquietudine che conosco da sempre, mi accompagna in queste ore “elettorali”. Forse, l’anzianità, la più precaria delle età, carica la “sospensione” di presagi. Non mi era mai accaduto. O forse, invece, è davvero così importante questa volta? Davvero non si tratta di “cambiar un presidente” ma di far un’Italia “bien différente”?
Non so. Da molti anni non mi occupo più attivamente di politica. Semplicemente guardare rende più opaco l’orizzonte e si moltiplicano gli “effetti morgana” nel nostro mare, comunque, in tempesta.

Io già sento primavera

Io già sento primavera che s’avvicina coi suoi fiori:
versatemi presto una tazza di vino dolcissimo.

E’ questo un frammento del classico Alceo tradotto da Salvatore Quasimodo.
Sono passati alcuni millenni da quella primavera e da quel vino e se è pur vero che – le mezze stagioni non esistono più – è rimasta uguale la commovente inadeguatezza dell’uomo alla Primavera.
La necessità di “bere vino dolcissimo” per poter affrontare la “triste allegria” che porta con sè la stagione del rinnovamento vegetale.

Avventura di un povero cristiano

Il libro, io credo il migliore di Ignazio Silone, sull’avventura umana e religiosa di Celestino V, il Papa eremita del monte Morrone, quello “del gran rifiuto”, è rilettura attualissima. Il nostro tempo sembra sempre più simile ad un -medioevo-.

LIMONOV

“LIMONOV” di Emmanuel Carrère l’ho terminato questa notte. La lettura della biografia di Eduard non mi ha lasciato scampo nelle ultime pagine. La Russia di tutte le nostalgie è stata, nel secolo scorso, quando si chiamava Unione Sovietica, invadente e invasiva nel pensiero occidentale. Lo sarà, sotto altre forme, anche in questo nostro secolo senza orizzonti. La Russia postmoderna di Carrère e di Eduard, il nazibolscevico, cinica e romantica, religiosa, mistica e inquietante sta già tornando nei nostri sogni e nei nostri incubi. Un libro-guida sul nuovo impero di Putin. Da consigliare agli amici migliori.

Ilaria del Carretto

FinalBorgo sta in mezzo ad alture verde scuro. Medioevale fino al midollo, con i piccoli archi a sorreggere antiche case. I panni stesi alle finestre come lungo le rive di tutto il Mediterraneo.Il mare lo senti appena ma sai che è a pochi passi. E’ lì che ho avvertito la sua presenza, continua, assillante, malinconica. Non ricordavo affatto la sua storia e forse nemmeno la conoscevo. Mi è stata ricordata, d’ un tratto, all’incrocio di tre strade. Ilaria del Carretto era nata lì, aveva giocato e vissuto in quei cortili, tra quelle mura. Sei secoli prima.
Pochi anni fa avevo sfiorato il suo famosissimo sarcofago in una frettolosa visita a Lucca, senza averci fatto caso. Ma qui, dove era nata, la “ascoltavo” da ore, senza conoscerla, senza saperla. Il mistero dell’anima , della nostra? della sua? si riaffacciava a darmi nuove speranze e rinnovate inquietudini.