La paura e la Parola

Nell’ottimo saggio di Massimo Recalcati “Il complesso di Telemaco” s’incontra una nota che, a me pare, rappresenti quanto di meglio sia stato detto intorno al -celebre caso- d’attualità.

… In questo senso la villa di Salò (le 120 giornate del film di Pasolini) ricorda quella – assai più farsesca, sebbene non meno tragica – di Arcore nei suoi anni più “gloriosi”; in entrambi i casi sulla scena non è tanto la fantasia pervertita dei suoi attori (quale fantasia sessuale non lo è?), nè la dimensione erotica del desiderio, ma il terrore del “padrone” di fronte alla verifica dei propri limiti, al crollo dell’illusione del proprio fantasma di autogenerazione, alla imminenza sovrastante della propria morte. Si tratta allora di mostrare lo smerdamento dell’ideale, la riduzione di ogni ideale a puro sembiante, per affermare che la sola cosa eterna, la sola Cosa che conta, la sola legge capace di scongiurare l’inevitabilità della morte è la “volontà di godimento”.

Un gelato a Panajacel

Un bambino e un gelato a Panajacel, in un Guatemala in guerra tra poveri e soldati. Me lo ricordo concentrato, serio, davanti a quella meraviglia color crema.
Trent’anni dopo, un’annoiata domenica mauriziana, di fronte all’ Oceano indiano. Una donna vecchia dal volto africano, una ragazzina con lei. Anche loro due serie, anch’esse concentrate sui loro quasi liquidi dolci. Che cosa mi commuove nell’atteggiamento dei vecchi e dei bambini che leccano un gelato?
Dopo qualche decennio mi sono fatto un’idea, forse ho trovato la risposta.
Il cono-gelato è metafora riuscita della nostra vita. Questo particolarissimo dolce è costituito di “profumi” più che di sapori: di cioccolata, di fragola, di vaniglia. Promesse che si sciolgono in fretta , lasciando impiastricciate le mani. Meravigliosamente effimero, il gelato nei bambini genera stupore, forse malinconica premonizione. Nei vecchi è un ricordo e una rinnovata conferma..