Bisogna parlare del tango

Da almeno vent’ anni la musica e le parole del tango mi sono d’aiuto. Mi “abitano” , como se dice. Mi precedono in un incontro, sono il rumore sordo delle mie veglie e delle mie insonnie. Ho bisogno di parlare del Tango. L’incontro, quello definitivo, nel 1992, a Medellin, in Colombia.Poi, certo, A Buenos-Aires; e la passione è cresciuta nella mia camera, nel mio letto, con i cd , con il suo contrappunto, con le sue parole soprattutto. Perché il tango si dice. Prima di “scoprirlo” ascoltavo il flamenco andaluso e il fado iberico. Hanno attraversato l’Atlantico con me e si sono trasformati in Tango.
E infatti.I Debiti, il tango, li ha nei confronti del mondo intero. Dai tamburi dell’Africa nera alle tarantelle napoletane, dal dialetto genovese al canto profondo degli zingari andalusi su, su fino agli organi calvinisti delle chiese tedesche.Questa musica che ha più di cent’anni non è mai stata così contemporanea, così ascoltata, così ballata. Nel Mondo intero.
E’ l’essenza musicale ed emozionale del -relativismo culturale – e dell’esilio reale e metaforico, della conseguente mancanza di “indirizzo”… E’ identità globale. E’ davvero il melanconico canto post-moderno del mondo globalizzato e del rimpianto per una impossibile identità.
Chi lo ama lo sappia.

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