Ferite aperte

Le razze, quei grandi pesci piatti che sembra volino nell’acqua, vengono catturati da secoli dai vezu (i nomadi nel mare del Madagascar) soprattutto per la loro lunga coda affilata. Fatta essiccare al sole perenne della costa ovest, in faccia al Mozambico, diviene in pochi giorni un temibilissimo strumento di offesa. Una vera e propria frusta, a volte lunga più di tre metri, con una particolarità tutta sua: le ferite inferte da questo tradizionale scudiscio sono “incicatrizzabili”. Uno strumento senza pietà che viene utilizzato spesso dai guardiani notturni di case e di mandrie. La coda di questo pesce diviene così, in qualche modo, una più precisa e poetica metafora delle “ferite” inferte dalla vita, in ognuno. In nessun luogo come in Africa si comprende quanto la poesia sappia essere giustamente crudele nel cantare le biografie degli uomini.

Il Madagascar è lontano

Il Madagascar è lontano. Ma “è lontano” da dove? Nello spazio, da chi vive in altre latitudini. Ma soprattutto è lontano nel tempo. Me lo ha  detto un diplomatico francese: “Madagascar è l’Africa 50 anni fa”. Nel male, la conferma sta nei lugubri fatti di questi giorni. La grande isola dell’Oceano indiano, quasi continente, è quanto di più vicino all’idea di “altro mondo”. Lo è innanzitutto nella percezione stessa degli indigeni. La terra appartiene, legalmente, amministrativamente, agli avi, ai morti… Le loro tombe, sparse nella natura, sono in genere molto più grandi e solide delle case dei vivi. Incredibilmente le loro barche sembrano fedeli riproduzioni di quelle dell’antico Egitto, nella mitologia di Acheronte. Nelle reazioni ancestrali alla paura e alla gioia, nella timidezza e nel modo di sorridere, la gran parte dei malgasci che abita la brousse (la campagna e la foresta) dimostra d’essere rimasta profondamente animista. Fingono inconsciamente di essere cattolici o protestanti e i ministri del culto fingono di crederlo… Il Madagascar è quel pezzo d’Africa alla deriva dove la magia nelle piante e negli animali ha resistito più a lungo. Qui la verità della fame, della rabbia, dell’amicizia, del sesso e della tenerezza, della malattia… riporta, forse, all’uomo com’era. É per questo che un occidentale, per qualche strana alchimia, vive un supplemento di “giovinezza”, intesa come promessa e stupore. Inimmaginabili altrove. Penso che, ancor più dell’India, questo Paese sia il solo a poter concedere (incidenti a parte) un lungo e dolce apprendistato dell’addio.