Si alza il vento, bisogna tentare di vivere

“Si alza il vento bisogna tentare di vivere”. L’invito è di Paul Valéry, ultimo capoverso del suo “Cimitero marino”. Sono queste parole a dare il titolo e il segno all’ultimo capolavoro del giapponese Miyazaki. Ho visto questo film d’animazione pochi giorni fa e ancora mi commuove ricordarne la trama e il disegno. Di più, mi ha emozionato, stupefatto, scoprire che il centro del film, il secondo attore protagonista è l’ingegnere aeronautico Giovanni Caproni. E’ lui, il grande visionario dei primi Novecento, con i suoi baffi a manubrio, che riempie i sogni tecnologici dei ragazzini giapponesi e soprattutto di Hayao. Sapere che è stato un ingegnere italiano, anche se del secolo scorso, ad indicare un percorso di eccellenza ad una generazione di giapponesi fa bene, in questi giorni oscuri, al cuore e all’anima. La poesia possente di questo capolavoro testamentario (sarà l’ultimo lavoro di Miyazki) e la cultura giapponese, così diversa dalla nostra, senza concessioni né all’ottimismo né al pessimismo, ma soltanto alla “bellezza” della responsabilità dei viventi, aiutano. Spero che questo magnifico film sia presto disponibile in Italia, venga diffuso nelle scuole. Una boccata di ossigeno, una manciata di speranza.
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Il mercato di piazza Aligre

Bello il mercato popolare di place Aligre, a due passi dalla Bastiglia.La domenica mattina suona anche una banda di appassionati dilettanti, con il trombone che luccica come un sole nel grigio di gennaio, e poi i tamburi, i clarinetti e il violoncello.E,ancora, Le borse della spesa, i volti di mille storie lontane, i fantasmi, oggi vivi e gioiosi, della rivoluzione, della colonizzazione, delle sconfitte in Indocina e in Algeria, i volti di tutte le stirpi e di tutte le speranze. Tutte facce simili alle vecchie foto dei mercati di ieri, gli stessi occhi, Le stesse inquietudini.I padiglioni coperti con i pesci e le carni e la piazza intera, con le bancarelle di verdure, di fiori e La brocante. E’ il Mercato a dare senso pieno alla nostra storia ed è lí dove possiamo incontrare, risorti, i nostri nonni. E’ sul futuro che si interrogano invece i musicisti, cosí come i mercanti e i loro clienti. Quali sono le azioni, quanto dolore e quale prezzo per poterlo riprendere, farlo ancora nostro, questo domani che ci sembra scappato di mano.

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Unghie blu cobalto in un caffè di periferia

Lei quasi cadeva, scivolando sulle grate d’acciaio bagnate dalla pioggia.
Lui la seguiva con lo sguardo da quando, uscita dalla stazione del metrò,
indecisa, non sapeva dove andare. La  guardava dalla vetrina del caffè,
sperava che entrasse, per osservarla meglio, da vicino. Lei finalmente
entra, gocciolante di pioggia. Alta e inquieta, con i jeans e il maglione
grigio troppo lungo, come tutte. Il volto intelligente, pallido, gli
occhi grigi e le labbra rosse. Chiede un caffé lungo e lo beve. Tiene la
tazza  con entrambe le mani. Le unghie sono blu cobalto, lunghe e
appuntite. Strane per una simil-adolescente perduta in un caffé di
periferia. Ma il demonio si nasconde sempre nel dettaglio e lui cerca
quel dettaglio: un’unghia della mano destra è rosea, al naturale,
tagliata corta, come quella di un uomo.

Dubai: suk e crocevia del mondo

Cronache recenti e infinite misure di controllo sulle nostre identità e sui nostri bagagli indurrebbero all’allarme. Eppure, negli aeroporti, ci si sente sicuri. Sarà Mercurio, l’aura del lontano dio del viaggio. Chissà?
Così è per me nella gigantesca bolla di cristallo e di acciaio, nella dismisura di questo neo-giardino, oasi commerciale distesa nelle calde dune del deserto di Dubai. L’aeroporto nuovo degli Emirati è la postmoderna cattedrale dell’incontro e dello scambio. Dubai è esposizione e fiera, suk ipertecnologico, mensa gigantesca e tollerante.
Non so quante migliaia di persone ogni ora del giorno e della notte attraversino, passeggino o corrano nei corridoi di marmo e moquette dei “satelliti” delle compagnie aeree, salgano sui metrò interni di collegamento, guardino meravigliate le cascate nere o le gigantesche palme ed edere che crescono in un microclima da eterna primavera.
Le decine, forse centinaia, di ristoranti, bar, birrerie e bistrò, champagnerie e sale da tè, raccontati dagli schermi degli IPAD tenuti in bilico da sorridenti hostess che accolgono il flusso interminabile di genti e di tabù alimentari. Un locale kosher fronteggia una rosticceria tedesca. Passano tutte le etnie, le credenze e i colori del mondo.
Gruppi di fedeli diretti a Medina, scalzi, dalle tuniche bianche, neri del Centrafrica con i fastosi costumi tradizionali, ragazze senegalesi in bubù, ebrei ortodossi in pelliccia, sadù, buddisti, arabe in burka e russe in costume da spiaggia appena arrivate dalle Maldive. E poi i giapponesi e gli orientali coperti da cappotti e sciarpe invernali che sfiorano estivi turisti delle primavere australi. Un’africana vecchissima cammina veloce coperta nel segreto di un mantello chiaro e stellato. Verso quale volo? Per quale recondito voto e Paese? E’ questo un luogo di tregua e di tolleranza, un antico serraglio, dove, per convenienza millenaria, non è consentita violenza. E’ il luogo dei viaggiatori e dei mercanti, dei ladri e degli impostori .Tutti protetti e garantiti dall’ambiguità del dio Mercurio. E’ un Tempio al Cammino dell’uomo, “città di confine” sulla via della seta, su quella di una promessa.

Il museo dell’innocenza

Via Cukurcuma, a Istambul, la trovi facilmente non lontano dal ponte di Galata, sta proprio sotto la lunga e ripida scalinata che porta a Piazza Taksim ( quella diventata famosa nel giugno dell’anno scorso) con i giovani laici accampati nel parco.
Il Museo dell’innocenza è lì, in una piccola casa ben ristrutturata di color rosso mattone. Due soli piani di oggetti commoventi di un passato non lontano e tanto simile al nostro. Alla nostra innocenza..
Sono tutte le cose di “pessimo gusto” che hanno fatto cornice al nostro “grande amore”. Le Sue sigarette mezzo fumate, i suoi orecchini, il suo vestito di quel giorno indimenticato .
Il cagnolino di ceramica che stava proprio sopra la televisione di casa sua.
Blaise Cendras diceva che solo la enormità della Patagonia conveniva alla sua immensa tristezza. Alla nostra, più modesta, può convenire guardare questi oggetti ” innocenti” che davvero sembrano lì lì per svelarci il loro mistero, il perché ci sopravviveranno, comunque.

Sono vivo ed è solo l’inizio

Laura Campanello è una lecchese, nata a Merate. Giovane filosofa,  dedica un libro a una serie di riflessioni sulla vita e sulla morte. Sapere che la scrittrice lavora nei reparti delle cure palliative e all’Istituto dei Tumori a Milano mi ha convinto a comprare questo “libro difficile”, certo di incontrare pensieri e considerazioni non soltanto “intellettuali”, ma filtrati da una vicinanza quotidiana al limite e al  dolore.
E’ così, infatti, che ho conosciuto questo libro (edito da Mursia), tra i migliori incontrati, sull’argomento, nella mia vita di lettore. Sono pagine ricche di citazioni e di poesia. E finalmente si tratta, per quanto incredibile, di pagine sulla felicità.
Il titolo “Sono vivo ed è solo l’inizio” è un aforisma, tra i tanti disseminati nel libro, di Alberto Casiraghi, il poeta, il  nostro grande pulcino elefante.

TANGOS

– ” La milonga es un espacio terapeutico donde cadauno tiene la posibilidad de trasformarse en otro sin necesitad de traicionar su propria esencia “-

 

Sin comentarios e senza traduzione.