La piccola comunista che non sorrideva mai

E’ necessario avere cinquant’anni per averla amata. Oppure essere state bambine negli anni Settanta, per aver desiderato imitarla, per averne invidiata la  magrezza,  la assoluta leggerezza, le codine corte, la sua forza.Nadia Comaneci, la ginnasta venuta dalla Romania di Ceausescu. Il suo punteggio, mai visto prima,alle olimpiadi di Montreal del 1976. Ancora oggi, cercatela su you tube, con il suo nastrino tra i capelli e il costume bianco, resta l’icona dell’ingenua speranza del mondo salvato dalle ragazzine. Nelle pagine del libro che le è stato dedicato dalla brava scrittrice Lola Lafon, per Actes Sud, ci sono anche i meno confessabili interessi attorno al “business” politico-economico delle Olimpiadi, ci sono gli sguardi morbosi e gli ammiccamenti per le ginnaste-Lolita. C’è soprattutto quel mondo dell’est che si è liquefatto alla fine degli anni Ottanta. Nadia Comaneci, la piccola comunista che non sorrideva mai, ci parla, meglio, ci sussurra quegli anni. E, alla fine, questa lontana bambina che si avvicina ai sessant’anni sembra ancora suggerire l’indicibile nostalgia per quuel mondo dove “non c’era nulla da desiderare” e pochissimo “da consumare”. Forse soltanto l’indicibile nostalgia della giovinezza.