Nostalgia d’Islanda

 

“La nostalgia più forte si avverte per ciò che non è mai accaduto” canta la giovane fadista Ana Moura. E’ un po’ quello che io provo da tempo nei confronti dell’Islanda… Un viaggio mai fatto che ho però  incominciato ad immaginare quarant’anni fa…

 

A Lussemburgo. Rientravo a Milano e nella porta accanto partivano i passeggeri con il volo Icelandair per Reykjavík. Guardavo quegli abitanti del nord, stregato dal nome difficile della loro capitale, dalla lontananza più che geografica della loro Isola. Più avanti, negli anni, ho ascoltato i racconti di qualcuno che c’era stato in Islanda. Più tardi ancora uscirono i primi libri di “Iperborea”, con le storie e le favole, la misteriosa Thule. E poi i doppi pony, i cavalli-pastori di pecore, così simili ai famigliari cavalli camarguesi. Le acque calde nel paesaggio freddo e fumoso di un nord che ho sempre soltanto immaginato. Un’isola opposta al Madagascar, opposta in tutto, se non nella sua totale alterità, nell’essere assolutamente l'”altrove”.

 

Nei giorni di pioggia e di temporali primaverili, quando le greggi sono riportate sulle montagne per quattro mesi di libertà tra erbe e licheni, quando la luce si riprende la notte, il desiderio di “tornare” in Islanda mi diviene quasi “intollerabile”.

 

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