Zaz, la cantante della “ville sans lumiere”…

Ci sono voluti più di cinquant’anni ma ora, con l’album “Paris”, finalmente, la giovane Isabelle Geffroy, ZAZ, viene riconosciuta come la reincarnazione contemporanea e popolare di Edith Piaf.Ha convinto tutti, il pubblico, al critica e addirittura i colleghi. La voce di Zaz è un -riprendere la parola- è la riconcigliazione con il mito delle Sirene, con quello di Orfeo e certo con quello più recente della stessa Edith Piaf. E’ una voce rotta, è “gola di sabbia”, che canta le periferie, quel che resta della Parigi popolare e della ville lumiere che deve “diminuire i consumi”.  Sa anche reinterpretare , ricantare, i grandi successi del secolo scorso. Conosciuta anche in Italia per il bellissimo pezzo “je veux” (io voglio), lo diventerà ancora di più con questo album dove duetta con il grande vecchio della canzone francese Charles Aznavour.
Io l’ho conosciuta una decina di anni fa. Cantava a -Les trois mailletz- il cabaret superstite di Parigi. Era quasi una clocharde accompagnata da un piano scordato, non era bella, pallida come i poveri usciti dalle nebbie dei porti di Jean Gabin…
Cantava “la vie en rose” così bene, da meritarsi gli applausi, i fiori, gli abbracci e qualche franco dai 5 clienti di quella sera.
L’ho riconosciuta subito in un video clip, un anno fa, felice che, per una volta ancora, un grande talento di strada, di metrò – abbia ripreso la parola- e  parli per tutti noi.images

 

 

 

 

 

Cosa cerco

La sera, nella luce persistente, colore del mango maturo, dei tramonti di novembre, raggiungo la  piccola isola tra Betanhia e Nosy Keli. Il piroghiere è assorto come me. La via lattea luminosa sopra di noi e il chiarore intermittente del plancton della mangrovia che ci circonda, il soffio dell’acqua che si apre alla barca e il mormorio sordo del mare che si ritira un po’ più lontano. E’ solo qualche istante, ma è il Tempo che si ferma, il mio tempo, e penso di aver capito come il nulla è l’altra faccia del tutto… Ma non è questo, ma non ho capito. Continuo a camminare e a cercare.
Perché si viaggia? Cosa porta me – e tanti altri che hanno da tempo passato la giovinezza – a rompere abitudini consolidate, alimentari, comportamentali, sociali e linguistiche, ad affrontare fatiche, rischi e insicurezze? Si cercano, rimestando nella sempre più globale spazzatura del mondo, nella sempre più globale miseria, i pezzetti della bellezza e quel che rimane della speranza, dei sorrisi, della fraternità che sono ancora necessari e sufficienti a giustificarci, a giustificare il nostro stesso camminare.
La domenica mattina, in questo inizio dell’estate tropicale, i ragazzini, i figli dei pescatori “vezu” di Morondava, si tuffano tra le onde ormai calde, entusiasti. Uno di loro mi grida che il mare è “molto magnifico” e io gli rispondo – quasi sommerso da un’onda – che ha ragione, ma che è meglio dire “molto bello” o “magnifico”. E lui ripete, allievo volonteroso d’un momento, nel fragore dell’acqua.
Il capitano di marina, coetaneo italo-bretone, mi racconta dei porti di Diego Suarez e di Istanbul quarant’anni fa… La commovente gioia della coppia di americani che può finalmente prendere per mano la bambina adottata e il supplemento di vita degli anziani europei, nuovi padri e nuovi mariti di giovani ragazze del terzo mondo, che hanno trovato a loro volta un padre e un marito e, insieme, un po’ di speranza per quel loro bambino. Cerco insomma le “auree” rimaste tra le pieghe del Mondo e le storie del mondo, la follia del mondo, la sacra follia, la sola capace di fartelo incontrare e di riconoscerlo, il Dio del cammino, quello che lo sa.