L’odore dei libri

images-2Hanno trasferito LA HUNE. Dall’altra parte di piazza Saint-Germain-des-Prés (al posto di Le Divan). ha resistito sessant’anni a fianco delle due “magots” di legno e di lacca. Generazioni di Lettori sono entrate nella libreria, come si deve in una Basilica: in punta di piedi, in silenzio.
Hanno sfogliato, comprato e ordinato libri in tutte le lingue del Mondo. Era soprattutto l’odore  (indimenticabile per chi lo ha conosciuto) di carta, d’inchiostro e d’ineffabile legno bagnato, che restava,la caratteristica unica delle pubblicazioni che venivano da  lì. Resisteva per anni, quell’odore, tra le pagine, lo portavi con te nella tua libreria, nella tua casa. Lo riconoscevi, uguale, ogni volta che riprendevi quel libro. Si è prodigiosamente trasferito anche lui. Un po’ meno sicuro, più effimero, nei nuovi locali. Se ne andrà per sempre, tra non molto, soffocato dagli schermi digitali e dalla oramai assoluta immaterialità della bellezza..

Ragazze d’Ungheria

Le ungheresi hanno spesso capelli molto neri e occhi molto azzurri. Penso, anzi, sono sicuro, che la bellezza nasca soprattutto dal contrasto tra due differenti nostalgie.
Nei volti delle giovani ungheresi ( loro malgrado a volte)
è evidente una speciale serietà, simile ad una forte concentrazione.
Proprio come una inespressa e confusa nostalgia tra Nord e Sud, che commuove .

Jura di pietra e di vino

Confina col dipartimento di Macon, nostro territorio gemello. Il Jiura rimane fieramente distinto, austero e singolare, rispetto al resto della Francia. Un’ enclave tra le Alpi, alte  montagne e vallate, separate appena da valichi stretti dal Jura svizzero, dalle valli del Gruviera.Un territorio quasi intatto, seminato a piccoli paesi, a microscopiche frazioni nascoste tra rocce, appoggiate a colline dai filari di viti antiche come il vino stesso.
E’ il paesaggio invernale di Brueghel con le nebbie, le nevi e i corvi neri. Poco abitato e impervio il Jura francese ci riconcilia con la pietra e con il  legno, con la foresta, con le bufere  e con la – fragile sicurezza- di una casa. Inalterato, da secoli, con le sue terre calcaree rosse e nere che danno ai vini sapori lontani è uno scenario medioevale dove il vischio d’inverno gonfia gli alberi spogli ad aspettare il ritorno di bardi e di druidi. Lo stupore è un distributore di benzina, ad un angolo, di fronte ad un bosco colorato, ancora, di profondo verde scuro.

Prendersi cura delle ossa

Ai primi posti di un decalogo del “benessere” scritto da una famosa antropologa americana si incontra questo strano imperativo : -prendersi cura delle proprie ossa..- L’incitamento non è ortopedico ma piuttosto socio-archeologico. Vuole dire prendersi cura di ciò che si è ora e soprattutto di quel che si è stati, a ritroso, secoli e millenni fa. Sono appunto le ossa, sonore, musicali, forti e antiche a conservare memoria di noi molto, molto più a lungo dell’effimero involucro che ci accompagna. La nostra vera eredità sono le ossa. Vibrano e risuonano le storie più lontane. E’ Proprio in queste settimane, che ritorna, con l’affievolirsi della luce, il mistero delle feste di Nicolò, di Natale ,di fine anno. Molto più lontano ancora le festività della luce e della rinascita, i doni scambiati, gli auguri fraterni per superare la notte e ritrovare la speranza. In queste settimane sarà allora, come sempre, necessario essere -più buoni- , più bravi e attenti ad ascoltare  “le ossa”,a riconciliarci con la nostra eredità di uomini, con la nostra forza e con la nostra fragilità.