Correre

Correre, camminare veloci, ma senza precisi obiettivi, senza agonismo, è -meditazione fisica- . Ritornare flaneur è non soltanto ascoltare se stessi : il proprio battito cardiaco, il respirare, è invece riascoltare il Mondo. Fuori dalle grandi maratone nazionali e internazionali, sempre più frequentate, comprendiamo ogni giorno di più quanto sia necessario ritrovare il nostro ritmo e l’armonia dell’andare, torniamo ad essere, almeno metaforicamente, viandanti e pellegrini, curiosi dei luoghi e degli Altri. Non pochi filosofi  hanno sostenuto che si  può pensare molto meglio camminando, che stando seduti “nella propria cameretta”. I nostri guai, è vero, cominciano quando decidiamo di lasciare la sedia, ma sarà comunque là fuori e sarà sulle nostra gambe che potremo immaginare il futuro.images

 

 

 

la strada nuova di Parigi

Patrik Modiano, premio Nobel per la letteratura 2014, di origine italiana, ha cercato di ricostruire, per anni, la storia di una quindicenne ebrea: Dora Bruder, scappata da un convitto di suore, a Parigi, nel 1941. Cadrà presto in una retata degli occupanti tedeschi per morire poco dopo ad Auschwitz. In questa malinconica e caparbia ricerca, Modiano ricostruisce una topografia di Parigi precisa e umanissima. Le strade, i boulevards, le bocche del metrò. Tutto il 18° arrondissement (quello delle “bancarelle delle pulci”) è stato palcoscenico di quella fuga adolescente.
Doveva avere un segreto, Dora, per scappare da un comunque sicuro nascondiglio: “E’ il suo segreto. Povero e prezioso segreto che i carnefici, le ordinanze, le autorità cosiddette d’occupazione, il deposito, le caserme, i campi, la Storia, il tempo – tutto ciò che insozza e distrugge – non sono riusciti a rubarle”.
Questo segreto non svelato resta forte, dolorosamente inespresso tra quelle strade, quelle linee di metrò, le “bancarelle delle pulci”. Non potremo più camminare in quell’area di Parigi senza pensare a lei. E a Dora, giustamente, infatti, verrà tra poche settimane dedicata una strada nel 18° ar.
Noi la percorreremo allora, sperando che una “goccia di pietà cada dall’alto sul nostro viso”.images

Dafne

Le sei della sera ai tropici. E’ già notte. In transito, una volta ancora, nell’isola grande di Mauritius. Il caldo umido e gradevole, profumato di erba e di legno, lo avvolge già sulla pista dell’aeroporto dal nome impronunciabile. Il trasferimento. La camera pagata dalla compagnia è, come al solito, di gran lusso. Poche ore in un hotel sull’Oceano indiano da lasciare al mattino.
Ma questa volta c’erano i “suoi” messaggi. “Stampati” uno ad uno nella luce blu del cellulare, a mezzogiorno, dopo un anno di silenzio. I suoi messaggi, i “dove sei?”, lasciati all’incognita dello spazio globale, proprio mentre lui stava per ripartire, per fare scalo, nella isola ” di lei”. Una probabilità su milioni. Incredulità. Il caso o il destino? L’inquietudine dell’imprevisto, dell’assolutamente imprevedibile.
La voce rauca, dall’accento inconfondibile, il franco-creolo di Dafne. Ancora incredulità. Poi l’incontro, al lato di un distributore di benzina, sulla strada per l’Oceano, organizzato dall’autista. La pioggia calda e leggera, il piccolo bosco privato, il rumore della risacca, il ristorante sulla spiaggia, il vino e le parole, i sorrisi, i silenzi. Un anno dopo… le domande.
Anche Dafne se ne va all’alba, nel rumore di tempesta che fa una noce di cocco scoppiando. Nessun destino per il momento. Soltanto il caso, pensa lui, nella luce melanconica che sale dal mare illuminando le divinità indù nelle edicole ad ogni incrocio.