Dafne

Le sei della sera ai tropici. E’ già notte. In transito, una volta ancora, nell’isola grande di Mauritius. Il caldo umido e gradevole, profumato di erba e di legno, lo avvolge già sulla pista dell’aeroporto dal nome impronunciabile. Il trasferimento. La camera pagata dalla compagnia è, come al solito, di gran lusso. Poche ore in un hotel sull’Oceano indiano da lasciare al mattino.
Ma questa volta c’erano i “suoi” messaggi. “Stampati” uno ad uno nella luce blu del cellulare, a mezzogiorno, dopo un anno di silenzio. I suoi messaggi, i “dove sei?”, lasciati all’incognita dello spazio globale, proprio mentre lui stava per ripartire, per fare scalo, nella isola ” di lei”. Una probabilità su milioni. Incredulità. Il caso o il destino? L’inquietudine dell’imprevisto, dell’assolutamente imprevedibile.
La voce rauca, dall’accento inconfondibile, il franco-creolo di Dafne. Ancora incredulità. Poi l’incontro, al lato di un distributore di benzina, sulla strada per l’Oceano, organizzato dall’autista. La pioggia calda e leggera, il piccolo bosco privato, il rumore della risacca, il ristorante sulla spiaggia, il vino e le parole, i sorrisi, i silenzi. Un anno dopo… le domande.
Anche Dafne se ne va all’alba, nel rumore di tempesta che fa una noce di cocco scoppiando. Nessun destino per il momento. Soltanto il caso, pensa lui, nella luce melanconica che sale dal mare illuminando le divinità indù nelle edicole ad ogni incrocio.

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