Il sangue del Messico

Diario di Oaxaca.Il libro di Oliver Sachs mi riporta al mio primo grande viaggio, il Messico degli anni settanta. Giusto lì, ai tavoli dello zocalo di Oaxaca, scoiattoli come gatti ad aspettare un boccone, ho forse intuito il mistero della luce e degli Dei carnivori nel pantheon azteco. Passavo ore nel mercato adiacente con le indie che vendevano la “blanca”, le tortillas da riempire con le salse al cioccolato e alla frutta. Le botteghe di mezcal e aguardiente. I sapori forti che prima della “conquista”, scriveva Calvino, nascondevano al palato l’intollerabile gusto della carne sacrificata. Le colline, l’archeologia dei dintorni, le felci giganti, i profumi della foresta. La strada, ancora difficile per un viaggio ancora lunghissimo verso il mare, verso l’Oceano Pacifico. Puerto Escondido, prima della fama, prima della moda. Non sono mai più tornato in Messico da allora ma mi restano alcuni sorrisi, di quel lontano viaggio, qualche volto, una voce. Mi rattrista anche per questo sapere che l’antico culto del sangue è tornato, adeguato ad un contemporaneo, finanziario maleficio. In questo tempo, però, non vi sono riti, né salse, né luce, ad ammorbidire la morte.

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