Balene a Salary

La vide d’un tratto, grande come una goletta, adagiata sul fianco, tra gli scogli, proprio lì sotto, alla base dell’hotel dove lavorava.L’albergo per i giovani sposi dei Paesi ricchi. Era grigia, ansimava ancora. Doveva essere una Balena, pensava. Lei veniva dalle Terre alte e non conosceva il mare ma si era subito innamorata di quel luccichio, dell’odore, dell’orizzonte. Vide poi arrivare di corsa i Vezu dai villaggi vicini. Li guardò fare a pezzi, gioiosi, quella cattedrale di carne e guardò il mare colorarsi di sangue. Più tardi, un pescatore, gliene offri un pezzo, rosso rosso, sorridendo, come chi offre un mango a settembre.
Dopo aver mangiato la balena credette di morire. Vomitò per giorni interi, la sogno’ mentre nuotava sotto le onde. Ci mise molto a guarire da quell’orrore che partiva dallo stomaco per finire negli incubi della notte. Chiese allora scusa alla balena e sognò le insalate, i legumi e il riso delle sue terre. Lei non aveva il diritto dei pescatori Vezu. Non si può magiare quello che non si conosce, non si frequenta, non si paga con la fatica delle reti, dei remi e degli arpioni. Alla seconda balena arenata, nel mese di febbraio, con le lacrime agli occhi, decise di andarsene da Salary. Tornare agli altopiani per non dover più guardarle morire. (Una storia vera che mi è stata raccontata dalla protagonista nel 2007 a Tananarive.)images-1

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