Napoli shakespeariana

E’ improbabile che il misterioso e insuperato Shakespeare sia
nato a Napoli, come qualcuno ha sostenuto. Ma Napoli è, di certo, la più shakespeariana tra le città del Mondo. E’ il teatro, il sipario aperto e la musica d’orchestra. Le figure degli ultimi grandi attori si affacciano ai balconi di via Toledo, ti salutano nella sera, ancora fantasmi.
Sono le apparenze: è la stoffa dei sogni di cui siamo fatti noi stessi, come nella “Tempesta”, a rappresentare le verità di Napoli. Fuggire il proprio essere per poter essere davvero, in un gioco di specchi e di rimandi che fa del centro partenopeo il grande, bellissimo, tragico e simbolico palcoscenico del Mondo.
Mai come in questa occasione ho creduto, ho incontrato, tutti i fantasmi e tutte le apparenze della mia stessa vita. Tra i vicoli del centro storico, tra le statue di cartapesta dei personaggi già consegnati al museo delle cere dell’eternità. Nelle stradette in salita dei quartieri spagnoli, dove nessuno recita se stesso ed è, per questo solo, vero, la Sirena ritorna ogni sera a consolare e a cantare la propria parte, ad “assonnare”.
E Valeria, voce da ragazzino, gira e gioca con il suo taxi bianco come una bambina con la trottola. Recita la sua città, ne sente il selciato col corpo e col cuore. Giovanissima, sembra già conoscere tutti colori del Golfo. Valeria nata molto, molto dopo la mia prima inconsapevole scoperta di Napoli, è l’apparizione che avrei voluto incontrare allora ma che, adesso, ride nella verità della sua giovinezza, osservando la stoffa di cui è fatto il mio sogno esausto.

 

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Le notti di Matera

Sono ancora vivi I bambini superstiti di Matera. Camminano lenti oppure giocano a carte nei caffè del centro nuovo, vicino alla stazione senza i treni. Hanno quasi tutti novant’anni. Questa città, antichissima, é la sola al Mondo ad essere costruita come sanno fare le formiche. Inconsapevolmente. I primi uomini trovarono gallerie, grotte di tufo, le piscine e le pozzanghere naturali lasciate dal mare e dai terremoti, e così, naturalmente, edificarono come un formicaio. Hanno scavato, levigato e sovrapposto stanze e strade e, più tardi, chiese. Dal paleolitico agli anni cinquanta, ininterrottamente. Ma sono quei bambini che correvano scalzi, che inseguivanoo i rari “stranieri” elemosinando chinino per abbassare la loro febbre,la mala aria,a salire ancora per le scale di pietra, a popolare la notte da presepio napoletano, a riempire il buio dei sassi. I loro nipoti giocano oggi, giù, al torrente Gravina, raccolgono pietre rotonde che sanno correre sull’acqua, nei pomeriggi tersi, osservano i falchi grillai contendere il cielo alle rondini di mare. Conoscono le lingue degli “stranieri” e saranno loro i futuri custodi del Formicaio.IMG_1076

Il Museo dell’Immigrazione

Mormorii, come in una sala d’aspetto, in una stazione, come un mattino presto, in cucina, prima di un viaggio. Il nuovo Museo a Parigi della storia nazionale dell’immigrazione. Come in un porto marittimo o in uno ferroviario. Annunci diffusi di partenze e di arrivi, belle fotografie in bianco e nero e tante valigie usate ammonticchiate nelle vetrine. Racconti e frasi di migranti famosi e anonimi che hanno costruito la Francia dell’ultimo secolo.Tanti gli Italiani, molti nel Pantheon della cultura e addirittura dell’esercito.: lo scrittore Cavanna e il recente nobel Modiano, Yves Montand e Lazare Ponticelli ultimo fante italo-francese della prima guerra mondiale sepolto aux Invalides. Volti e cartoline, lettere in tutte le lingue, testimonianze recenti, cianfrusaglie passate, portate nelle valige da ogni parte del Mondo a ricordare le origini. E’ un piccolo e commovente museo di una storia recente che sta diventando  cronaca sempre più impetuosa e che sarà il segno del nostro futuro. Le cause descritte dei primi grandi flussi in Francia sono rimaste le stesse, cambiano soltanto le dimensioni : le guerre, le dittature, la fame, lo sterminio…I visitatori entrano quì quasi sempre in famiglia. Ricordano, tra loro, a bassa voce, la propria storia, quella di un genitore o di quel parente che scegliendo la Francia ha scelto per tutti un destino diverso. Dalla Russia, dall’Algeria, dall’Indocina, dal Marocco e dalla Tunisia, prima ancora , appunto, dall’Italia, dall’Armenia. Una storia dura, complicata, fatta di nostalgie, di rinunce e di grandi speranze. Una storia “minima” rispetto alla disperata, enorme, migrazione  contemporanea. Saranno allora necessarie, per raccontarla tra qualche decennio, ben altre sale, ben altro spazio, che quello dedicato dal Palazzo de la Porte Dorèe..IMG_0851

Pierre Casenove

images-1“A diciassette anni non si è solenni”. E mi pare di vederlo, di averlo incontrato, Pierre, nel viale verde scuro di Primavera. Il suo villaggio catalano in festa. Negli Anni ‘50. I tigli frondosi, le banderoles gialle e rosse, l’odore di birra e di salsiccia, l’inizio del viaggio, il suo giro del Mondo giocando a campana, su un piede solo, equilibrista.
Pierre Casenove è un assai conosciuto e capace designer francese, soprattutto è pittore, un artista, meglio: un creatore.
E’ da quelle feste lontane, dai miti taurini e pastorali del Sud, dall’amore per la vite e per l’olivo che nascono i suoi colori? Le sue ceramiche ferite? Anche scrivere, usare parole, sembra abbia a che fare, per lui, con il desiderio di sacrificare alla pietra, alla terra, all’albero.
Pierre ha saputo, come i migliori di noi, rispettare i suoi diciassette anni: entusiasmo, timidezza, caparbietà, idealità, leggerezza, sogno. La spaventosa intelligenza dell’adolescenza. Solo una novità, stupefatta, indicata in qualche riga che emoziona: “Il solo luogo dove voglio essere, l’ultima piega, riparo, ultimo porto dove nessuno aspetta nessuno, dove non ci sarà nemmeno bisogno di gettare l’ancora tanto la voglia di ripartire è scomparsa”.
Dunque è l’Atelier, il suo studio, a essere diventato il ‘solo Paese d’accoglienza’. Ma non è, questa, una dichiarazione di arrivo, di compiacimento, di ritirata. Lo studio, invece, come giardino nel quale far crescere ‘i semi dimenticati nel fondo delle tasche, in tutti questi anni’.
In quel giardino, in quella grande casa di pietra che conosco, nel Jura francese, Pierre Casenove continuerà dunque a mescolare, a seminare e a far crescere, per indicare a noi il sentiero perduto dei colori della Terra.