Pierre Casenove

images-1“A diciassette anni non si è solenni”. E mi pare di vederlo, di averlo incontrato, Pierre, nel viale verde scuro di Primavera. Il suo villaggio catalano in festa. Negli Anni ‘50. I tigli frondosi, le banderoles gialle e rosse, l’odore di birra e di salsiccia, l’inizio del viaggio, il suo giro del Mondo giocando a campana, su un piede solo, equilibrista.
Pierre Casenove è un assai conosciuto e capace designer francese, soprattutto è pittore, un artista, meglio: un creatore.
E’ da quelle feste lontane, dai miti taurini e pastorali del Sud, dall’amore per la vite e per l’olivo che nascono i suoi colori? Le sue ceramiche ferite? Anche scrivere, usare parole, sembra abbia a che fare, per lui, con il desiderio di sacrificare alla pietra, alla terra, all’albero.
Pierre ha saputo, come i migliori di noi, rispettare i suoi diciassette anni: entusiasmo, timidezza, caparbietà, idealità, leggerezza, sogno. La spaventosa intelligenza dell’adolescenza. Solo una novità, stupefatta, indicata in qualche riga che emoziona: “Il solo luogo dove voglio essere, l’ultima piega, riparo, ultimo porto dove nessuno aspetta nessuno, dove non ci sarà nemmeno bisogno di gettare l’ancora tanto la voglia di ripartire è scomparsa”.
Dunque è l’Atelier, il suo studio, a essere diventato il ‘solo Paese d’accoglienza’. Ma non è, questa, una dichiarazione di arrivo, di compiacimento, di ritirata. Lo studio, invece, come giardino nel quale far crescere ‘i semi dimenticati nel fondo delle tasche, in tutti questi anni’.
In quel giardino, in quella grande casa di pietra che conosco, nel Jura francese, Pierre Casenove continuerà dunque a mescolare, a seminare e a far crescere, per indicare a noi il sentiero perduto dei colori della Terra.

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