NAPLES SHAKESPEARIENNE

Contrairement à ce que quelqu’un a soutenu, il est, certainement, improbable que le mystérieux et indétrônable Shakespeare soit né à Naples. Néanmoins Naples est, sans aucun doute, la ville la plus shakespearienne de toutes les villes du monde. C’est un véritable théâtre avec sa scène et sa musique; le soir on peut , encore voir les fantômes des grands acteurs napolitains vous saluer desbalcons de la rue Toledo.

Ce sont des illusions , la véritable Naples est faite des rêves dont nous sommes faits comme dans ” LA TEMPETE ” . Se fuir soi-même pour pouvoir , enfin, retrouver son soi profond, dans un jeu de miroir et de reflet, pour le plaisir d’être dans ce centre parthenopéen qui par sa grandeur, sa beauté, sa tragédie est le symbole de la scène du monde.

imagesA cette occasion, pour la première fois,j’ai cru rencontrer les fantômes et les illusions de ma propre vie. Dans les ruelles du centre historique, au milieu des statues de carton-pâte des personnages représentés, pour l’éternité, dans le musée de cire. Dans les rues escarpées des quartiers espagnols, où personne ne joue un rôle et de ce fait est vraiment sincère.

La Sirène revient chaque soir consoler, faire son tour et nous “assonnare”.

Et puis Valeria est là, avec sa voix de garçon,Valeria se promène et s’amuse avec son taxi blanc, comme une petite fille avec sa toupie. Elle vit sa ville, elle en ressent toutes les vibrations dans son corps et son âme. Malgré son jeune age, Valeria semble connaitre toutes les couleurs et les nuances du golfe. Valeria est née, très très longtemps après ma première et incomplète découverte de Naples, c’est la rencontre que j’aurais voulu faire alors. Elle rit avec toute la vérité de sa jeunesse et elle perçoit la consistance dont est fait mon rêve, maintenant, épuisé.

Elogio dell’amaca

Soprattutto nei pomeriggi d’estate, qui sul lago, sotto un cielo umido d’afa, ricordo le geografie lontane dei miei viaggi. Le città di confine, sonnolente, in attesa. I piccoli porti di mare, intorpiditi. E’ la nostalgia dell’amaca. Guardare il mio cielo azzurro-grigio dondolando nella tela dura, grezza.
Niente di più estraneo alla cultura lombarda, niente di più lontano. Credo, infatti, che non ce ne sia una, di amaca, nei giardini lecchesi. Eppure l’ozio non è soltanto il padre dei vizi. E’ anche  genitore della visione, del desiderio, forse pure del pensiero.
E allora, chissà, abbandonare per qualche settimana la dura legge del fare per incontrare la dea sconosciuta della ‘Pigrizia’, cullarsi a occhi chiusi nel  imagesrealismo magico di una lunga siesta sud-americana, potrebbe compiere miracoli.
Il miracolo grande di svegliare dal sonno la mia bella città, rilanciarla all’altezza della natura meravigliosa che la circonda, vederla dall’alto e di traverso, ridisegnarla.

Itaca impossibile

I luoghi, ancor più che le persone, sono divenuti, in cinquant’anni, irrimediabilmente altri, irriconoscibili. Trattengono giusto un segno, un colore, un angolo. Solo il pallido ricordo di com’erano prima. Malgrado la nostra voglia di leggerezza, dobbiamo ammettere che la guerra delcemento è stata stravinta, nel Mondo intero, dai cosiddetti costruttori. E’ il pesantissimo cemento-armato che, con le auto, ha infestato e cambiato grand parte di quel paesaggio che è stato il nostro, quello dell’infanzia e della giovinezza. E’ così per l’Umanità della mia generazione, in qualunque città del Mondo, in qualunque villaggio. Non c’è possibilità di un ritorno, non c’è Itaca che tenga. Quasi nulla è riconoscibile. Ancora peggio è verificare come non si tratti di screpolature, di segni del tempo, dell’invecchiamento naturale degli edifici, dell’erosione di una spiaggia, della devastazione dovuta a un nubifragio su una collina, al terremoto. No, davanti a noi, smarriti, tutto è nuovo fiammante, è “appena nato”: dove una spiaggia un porto, dove la collina tante allegre villette che la ricordano soltanto nel nome dell’insediamento: “la collina”, appunto. Invecchiare senza rimandi condivisi, senza riconoscere i luoghi significa anche dire che i luoghi stessi non ci riconoscono. Mi pare sia, questa, un’inedita pena supplementare che la mia generazione ha voluto e, in qualche modo, ha meritato.

Porto Azzurro

Per quanto sia vicina alla terra ferma un’isola resta l’assoluto altrove. L’Elba, addomesticatissima da millenni, non fa eccezione e mantiene inalterata la mitologica caratteristica di una simbolica lontananza. Verde carico di primavera, rosso ferro del suolo, faticosi cammini in salita tra i forti odori del Mediterraneo. Già dal mare ti si avvicina con effetto Morgana, vestita di luce. Sembra ancora intatta la foresta con il mistero delle ombre e nel sole riflesso, tra le pozze salate, fronte alle piccole spiagge, i ricci marini, nerissimi e quasi innocenti. Poi è Porto Azzurro , nel rosa screpolato delle case e dei cirri al tramonto. Strano, sapere che tutta questa voglia di libertà, di colore e di vita stia lì, proprio sotto la grande fortezza, Il carcere senza fine pena. Perché un’isola è sempre la libertà ma è anche la prigione. Perché un’isola è poter sognare la dimenticanza. Quale crudeltà, però . Quei trecento (quasi tutti) certamente colpevoli, dietro i muri alti e grigi del penitenziario ad ascoltare, d’estate, le grida di gioco dei ragazzini e il brusio lontano delle vacanze, che tuttavia è meglio del lungo silenzio d’inverno. Non riesco a non pensare alla fortuna, non sempre meritata, dell’essere dall’altra parte del muro, di poter vivere la nostra unica, irripetibile e sola possibilità di un’ isola. IMG_1242