Elogio dell’amaca

Soprattutto nei pomeriggi d’estate, qui sul lago, sotto un cielo umido d’afa, ricordo le geografie lontane dei miei viaggi. Le città di confine, sonnolente, in attesa. I piccoli porti di mare, intorpiditi. E’ la nostalgia dell’amaca. Guardare il mio cielo azzurro-grigio dondolando nella tela dura, grezza.
Niente di più estraneo alla cultura lombarda, niente di più lontano. Credo, infatti, che non ce ne sia una, di amaca, nei giardini lecchesi. Eppure l’ozio non è soltanto il padre dei vizi. E’ anche  genitore della visione, del desiderio, forse pure del pensiero.
E allora, chissà, abbandonare per qualche settimana la dura legge del fare per incontrare la dea sconosciuta della ‘Pigrizia’, cullarsi a occhi chiusi nel  imagesrealismo magico di una lunga siesta sud-americana, potrebbe compiere miracoli.
Il miracolo grande di svegliare dal sonno la mia bella città, rilanciarla all’altezza della natura meravigliosa che la circonda, vederla dall’alto e di traverso, ridisegnarla.

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