Veluma…

Arrividerci, in lingua malgascia. Lo so da anni, è una tra le parole più conosciute dai turisti, anche da quelli distratti e organizzati. Come, appunto, lo è arrivederci, in italiano. Ma, veluma, l’ho scoperto da poco cominciando ad interessarmi al mistero di questa lingua oceanica, ha una sostanza più complessa e più profonda. Vuole significare, letteralmente, l’augurio che l’altro possa, se non tornare nella Grande Isola, comunque restare in vita e proseguire, serenamente il suo proprio cammino. Stai vivo, insomma, non morire. In un popolo che discende da lontani pescatori impegnati in terribili traversate dall’Africa e dall’Indonesia è un augurio particolarmente forte. E’ scongiurare la sorte. Una parola banalmente usata, senza impegno, nei saluti all’aereoporto o nei villaggi turistici si addolcisce così, si riempie di echi lontani: di notti, di vento, di onde e di tempeste. Ma ogni parola viene da molto lontano e anche il nostro svalutato -arrivederci- è un tenero invito a restare ancora un poco quì, continuare a camminare, remare, arrampicare e, magari, tornare a vedere quella persona con la quale abbiamo felicemente trascorso un pezzetto di strada.IMG_0480

Un Peul a Maggianico di Lecco

I recenti terremoti della storia, in particolare della loro, li hanno portati alla palestra scolastica di Maggianico. A Lecco. Sono un’ottantina, scappati via da diversi Paesi devastati. Temporaneo rifugio, sosta obbligata. Sui materassi posati per terra, sotto l’altissimo soffitto che tratterrà a stento i sogni e i progetti di questi giovanissimi uomini in cammino. Tra di loro, un ragazzo appartenente all’antico e misterioso popolo migrante dei Peuls.
Ne ho conosciuti di Peuls nell’Africa occidentale. Una decina di anni fa, prima della catastrofe fondamentalista, ho partecipato alla festa più famosa dei Peuls-Bororos nigeriani: la ‘festa della bellezza’. Mai, né prima né dopo, ho incontrato persone più gentili, più timide e curiose, più belle! Vivono da millenni migrando in tutta l’Africa sub-sahariana, con le loro vacche dalle corna enormi. Hanno fatto del latte il senso mistico e concreto della loro vita e del suo stesso significato.
La sintonia con la natura è totale, fusionale. La comprendono e la conoscono come forse è stato per tutti noi, agli inizi. I Peuls sono, come i grandi nomadi, da sempre refrattari ai confini geografici, culturali, religiosi. Per loro credere è, semplicemente, camminare con le mandrie, farsi belli per le proprie donne e per non sfigurare nella bellezza dei grandiosi paesaggi africani che attraversano.
Che cosa possa avere spinto anche un Peul a fuggire, a ritrovarsi qui, nel caldo umido della brutta palestra di Maggianico, è cosa che mi stringe alla gola, che vorrebbe singhiozzare. Deve essere molto peggio di quel che sappiamo, che possiamo immaginare, il crollo di civiltà e di equilibri secolari in Africa e in Asia. Non ho risposte se non quella, minima, della con-passione, della condivisione amara, dell’abbraccio, dell’augurio di buon viaggio.niger 2005 296

Arles capitale

Da lì, da dove c’era la casa gialla che male ospitava Van Gogh, vecchi binari della ferrovia dismessa, puoi vedere la cima del monte Ventoso, ricordare Petrarca e l’adolescente di Avignone. Arles, capitale dell’ultimo Impero, ben sa vendicarsi dell’esser stata soltanto “provincia” romana

La più bella ‘testa’ di Giulio Cesare è stata ritrovata pochi anni fa nel fango del Rodano, a due passi dal quartiere della Roquette. Oggi il calcare squadrato del suo Colosseo, dell’anfiteatro, ha ritrovato la luce, dopo lunga cura, e quasi si riflette nel blu Mediterraneo del cielo. Solo i cipressi che circondano gli antichi monumenti e gli Alyscamps sottolineano differenze di paesaggio. Arles, reinventata dal marchese di Baroncelli e dai grandi fotografi del secolo scorso, è governata benissimo da un sindaco dal cognome italiano, come tanti arlesiani e provenzali.

E’ la “Provincia” che ci sarebbe piaciuto aver in dote. Nella vitalità contemporanea, a Piazza del Foro, camminano i protagonisti d’incontri multiculturali che farebbero il “cartellone” di tutta una regione italiana. Arles è quell’idea di Europa che avevamo in mente noi quarant’anni fa. Non è andata così, ma a questi tavolini di caffè, con il vento del Leone che rinfresca la sera, è ancora possibile immaginarla una storia diversa.Versione 2

Molti fratelli e una bella fidanzata che si chiama Liberta’

Giorni melanconici di immagini tristi e di parole feroci. Concetti lontani come esilio, migrazione, asilo, contagio… risuonano in buona e cattiva fede dagli schermi televisivi e rimbalzano dai profili di Facebook. Da un confine all’altro di un’Europa stremata, senza più coraggio, senza più memoria. Di un’Europa cattiva.

Ho riascoltato una bella e famosissima canzone di Mercedes Sosas: “Yo tengo muchos hermanos”. Consiglio di cercare il video su You Tube e di ascoltarlo. Traduco qualche verso: “Io ho tanti fratelli da non poterli contare, nella montagna, nella pianura, sul mare. Ognuno con i suoi sogni, con dietro i propri ricordi e con la speranza davanti. Hanno un orizzonte aperto, che sta sempre un poco più in là, e una grande forza per raggiungerlo, di tensione e di volontà. Quando l’orizzonte sembra più vicino è quando si allontana di più. Io ho tanti fratelli da non poterli contare. E così  continuiamo a camminare pieni di solitudine, ci perdiamo per il mondo e torneremo ad incontrarci. Ed è così che ci riconosciamo, per la capacità di guardare lontano. E continuano ad andare, insieme ai nostri morti, perché nessuno resti indietro. Io ho tanti fratelli da non poterli contare e ho una bellissima fidanzata che si chiama libertà…”

E’ una gran bella canzone. Nella semplicità della sua melodia e del suo testo ci racconta la nostra storia. E’ possibile salvaguardare quel poco di libertà che ci è rimasta chiamandoci fuori dalla condivisione del cammino con milioni di fratelli pur nella solitudine del viaggio di ciascuno? Credo proprio di no.images

Buoni e cattivi incontri

imagesSono gli incontri, unitamente al fato, al quale vanno probabilmente soggetti, a determinare gran parte della storia di una persona. Ma anche quella di una nazione. Un paese che particolarmente amo e un po’ conosco deve infatti ai propri secolari cattivi incontri e, ancor più, ai buoni incontri mancati, il peso della sua cronaca recente.
In Madagascar, l’ho saputo da poco, avrebbe voluto sbarcare Paul Gauguin. Dovette invece scegliere, per ragioni economiche, la Polinesia. Pochi decenni più tardi furono invece i nazisti a immaginare la deportazione di massa degli Ebrei nella grande Isola rossa. Abbandonarono il progetto per la tristemente nota soluzione finale nei campi dell’Est europeo.
Due mancati buoni incontri che avrebbero cambiato sicuramente il volto e la percezione stessa dell’Isola oceanica nel mondo intero.
Tra i cattivi incontri potrei ricordare il generale Gallieni che, nella gestione finale del Protettorato, non fu certo lungimirante. E’ stato però l’incontro con i sovietici, negli anni Settanta del secolo scorso, a essere determinante. I russi pensarono il Madagascar come a un’enorme portaerei, un nascondiglio per sommergibili.  Distrussero foreste, coste e barriere coralline per far posto agli strumenti bellici. Trasformarono, ancora in peggio, i politici locali.
Non so ancora bene dove collocare le migliaia di missionari protestanti e cattolici che, scacciati, dalla Cina maoista nella prima metà del secolo scorso, trovarono in Madagascar nuova terra di missione. L’abnorme crescita della popolazione malgascia degli ultimi decenni ha probabilmente lì qualche ragione d’essere. Una miseria sempre più grande alleviata in parte dalla carità.
E’ certo poi che la volontà delle persone, l’intelligenza e l’onestà della classe dirigente del paese potrebbero trasformare in forza ognuna di quelle lontane “debolezze”. Per il momento non è così e oggi penso, fatalista, che dagli ‘incontri’ non sia possibile scappare.

Amare e odiare una città

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Dovremmo restar lì qualche tempo, almeno una settimana, e tornarci assolutamente un’altra volta, per qualche giorno ancora. Poter riconoscere il negozio del fruttivendolo di quartiere, il cameriere del caffè d’angolo, le piante del parco cittadino, l’odore della città e il verde iguana della collina dove sta il tuo albergo.
Bisogna andarci soli.
Assolutamente necessario sarà anche annoiarsi un po’, in questa vacanza, per un pomeriggio, per qualche ora. Aver voglia di andar via.
Importante è anche ammalarsi un poco, cose leggere: una piccola influenza, un mal di testa, almeno un raffreddore.
Poi farsi delle abitudini. Quel caffè con le tovagliette rosa, una passeggiata. Riconoscere le facce in quel ristorante, le buche di quella strada che porta alla tua camera. Costruirsi punti di riferimento.
Guardare a lungo la gente che passa. Entrare in un supermercato. Quando c’è, prendere la metropolitana, oppure un autobus, percorre più volte lo stesso tragitto: dal centro al mare o al mercato. Poterci passare almeno una domenica tutta intera. Le domeniche si assomigliano ovunque: sul lungomare, al fiume, in una pasticceria, nel centro città coi negozi chiusi e le vetrine illuminate.
Rientrare in camera e guardare un programma televisivo della domenica sera, anche senza capire la lingua del presentatore. Entrare in una discoteca la domenica notte.
Vivere una giornata di pioggia sottile e, se hai fortuna, una di sole e di vento forte subito dopo.
Conoscere almeno una persona di quella città. Parlarne con lei, mangiare con lei, una sera. Poi partire, andarsene via, con un po’ di nostalgia.
Soltanto così, soltanto allora conoscerai, amerai e odierai quella città. Come fosse la tua.