Amare e odiare una città

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Dovremmo restar lì qualche tempo, almeno una settimana, e tornarci assolutamente un’altra volta, per qualche giorno ancora. Poter riconoscere il negozio del fruttivendolo di quartiere, il cameriere del caffè d’angolo, le piante del parco cittadino, l’odore della città e il verde iguana della collina dove sta il tuo albergo.
Bisogna andarci soli.
Assolutamente necessario sarà anche annoiarsi un po’, in questa vacanza, per un pomeriggio, per qualche ora. Aver voglia di andar via.
Importante è anche ammalarsi un poco, cose leggere: una piccola influenza, un mal di testa, almeno un raffreddore.
Poi farsi delle abitudini. Quel caffè con le tovagliette rosa, una passeggiata. Riconoscere le facce in quel ristorante, le buche di quella strada che porta alla tua camera. Costruirsi punti di riferimento.
Guardare a lungo la gente che passa. Entrare in un supermercato. Quando c’è, prendere la metropolitana, oppure un autobus, percorre più volte lo stesso tragitto: dal centro al mare o al mercato. Poterci passare almeno una domenica tutta intera. Le domeniche si assomigliano ovunque: sul lungomare, al fiume, in una pasticceria, nel centro città coi negozi chiusi e le vetrine illuminate.
Rientrare in camera e guardare un programma televisivo della domenica sera, anche senza capire la lingua del presentatore. Entrare in una discoteca la domenica notte.
Vivere una giornata di pioggia sottile e, se hai fortuna, una di sole e di vento forte subito dopo.
Conoscere almeno una persona di quella città. Parlarne con lei, mangiare con lei, una sera. Poi partire, andarsene via, con un po’ di nostalgia.
Soltanto così, soltanto allora conoscerai, amerai e odierai quella città. Come fosse la tua.

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