Cadaqués, nello sguardo di mio padre

imagesDopo la vacanza era tornato a Lecco con uno sguardo nuovo. Anche se non osservavo molto spesso lo sguardo di mio padre, me n’ero allora subito accorto.
Lo aveva trovato, finalmente, il posto giusto per vivere. E, forse, già lo pensava, per morire.
Cadaqués: il bel villaggio catalano, puro come il gesso, sulla Costa Brava. Una perla rara, bianca, intatta di bellezza, tra i cento disastri turistici e immobiliari degli anni Ottanta, nella Spagna delle nuove libertà.
Aveva scelto bene. Quel bianco dei muri delle case, della chiesa grande, il blu del Mediterraneo, l’odore forte della collina con i fiori gialli e aspri, gli ‘immortali’. Il torrentello, la Riera, sempre secco d’estate e tumultuoso d’autunno. Un paesetto ancora vero, con i vecchi a guardare la corta spiaggia di ciottoli riparando le reti, appoggiati alle barche.
Cadaqués: nome esotico, lontano.
Non l’ho frequentato molto quel villaggio. Ero già attratto dalle acque più ferme della Camargue, comunque parente stretta di quei golfi e di quella storia di luce.
Cadaqués: il paese bianco che si sarebbe meritato soltanto dopo una lunga strada sconnessa, tutta curve, così amato e reinventato da Dalì, così diverso da tutti gli altri luoghi della “movida” di quegli anni lontani.
Cadaqués: rammento un tramonto sfilacciato di rosa che ricordava un’alba e poi l’alba successiva, così simile al tramonto. Un ricordo forte, importante. Di quelli che non si cancellano mai.

La strada

Uscito una decina di anni fa, “La strada” di McCarthy Cormac, diventato successivamente anche film, prevedeva già un terribile futuro prossimo per l’uomo e per il Mondo. Preannunciava, soprattutto, la scomparsa definitiva delle divisioni: fossero esse per ideologia politica, per razza e per censo. Nel prossimo futuro globale, scriveva McCarthy, gli uomini si divideranno ‘semplicemente’ tra buoni e cattivi.
Come accade spesso, gli scrittori e i poeti sono quelli che hanno ragione, che ‘vedono’ con un po’ di anticipo. Infatti, quasi, ci siamo.
In queste tristi settimane europee, dove sono milioni gli uomini in marcia ‘sulla strada’, spesso con un bambino per mano, e dove l’odio e la pietà, la misericordia e la ragioneria, l’empatia e l’antipatia tornano a essere i sentimenti dominanti, è utile semplificare i concetti.
Si ascoltano discorsi e dichiarazioni d’intenti, pro o contro l’accoglienza, i respingimenti o i campi di concentrazione… discorsi e dichiarazioni d’intenti che spesso, molto spesso, trovano in accordo uomini politici di opposti o comunque lontani schieramenti: ex comunisti con neo-fascisti, conservatori con progressisti, per non parlare della ‘confusione’ nel vasto campo dei cattolici-cristiani.
Ecco allora che, dal nostro piccolo, viene un altro aiuto alla semplificazione. L’oramai svalutato neologismo italiano di ‘buonista’ va invece nella direzione giusta, eliminando la connotazione negativa, ovviamente. Ci sono i buoni, con le loro storie personali diverse e variegate, gli empatici, gli uomini per i quali gli altri sono prima di tutto dei simili e non dei nemici. E poi ci sono gli altri. Ma attenzione: come ci racconta McCarty non è che i buoni non sappiano usare la forza e le armi, i pugni e le sberle. I ‘buoni’ non sono affatto ‘pacifisti’.images-1

La prateria

Eppure l’ho indicata una prateria, a qualcuno. Con la mano. E poi un orizzonte verde-blu, all’alba della giovinezza. Più tardi, ancora, uno stagno luccicante e stormi di grandi uccelli rosa e finalmente il mare. Ma hanno guardato la mia mano già macchiata di sole e rosicchiata dall’inquietudine. Non l’hanno creduta. Così ho dubitato anch’io, non ho saputo arrivare fino in fondo. Ma oggi sono certo di averla vista la grande prateria.
L’estate, quando si è giovani, può insegnare la libertà che è difficile e dura quanto la solitudine, lucida come una ferita. Ma solo quello è il tempo per impararla.images