lost in connection

Lost in connection

 

Le dodici ore necessarie per raggiungere da Milano la Capitale del Madagascar si sono, negli anni, moltiplicate.

Cancellati dall’Italia tutti i voli diretti, ho fatto scalo per qualche tempo e in qualche caso per qualche giorno in aeroporti o in isole sparse nella parte occidentale dell’Oceano indiano. Più volte ho calpestato le sale felpate dell’impronunciabile aerogare delle isole Mauritius, del quale ho assistito, passo dopo passo, al totale rinnovamento. In un caso alla Reunion, prolungamento eurofrancese di un Charles De Gaulle in miniatura. Conosco abbastanza bene, oramai, l’enorme capsula di Abu Dhabi, moderno caravanserraglio, crocevia del Mondo intero.

In quest’occasione, più il caso che la scelta, mi sta facendo trascorrere qualche ora all’aeroporto di Mahe, capitale delle Seychelles. Piccola e lignea stazione aerea che mi ha ricordato porti amazzonici tra le erbe alte e gli acquitrini. Seychelles, compagnia premiata come migliore dell’Oceano indiano (ma non è impresa difficile…), ha uno scalo abbastanza impressionante a ridosso del mare, uffici e negozi duty free a misura d’isola… piccoli e frastagliati, fuori da ogni realtà economica locale, dove un caffè costa come a piazza San Marco.

Aspettare, molto tempo in un -non luogo- tra gente che aspetta a sua volta di raggiungere altri luoghi, quasi sempre diversi dal mio, accresce la solitudine, il senso di smarrimento, la sua stessa concreta possibilità. Pensieri appena pensati sul -viaggio immobile-, concetti della filosofia contemporanea sul movimento che non si “muove” e sull’eterno ritorno del nomadismo. Allora, però, a consolazione ricordo uno sfolgorante Rimbaud: “Bisogna averlo sempre un luogo dal quale andare via”.

 

Madagascar , l’eterno ritorno

Ecco. Riparto. O ritorno? Non so più bene, dopo dieci anni, cosa sia per me la Grande Isola, il Madagascar. L’altro Mondo.

Penso sia diventato il viaggio ricorrente, importante per mantenere in equilibrio la mia personale fragilità, per tenere sveglia la mia scarsa attenzione e per imbrigliare il mio egoismo.Non c’è tecnologia virtuale né virtuale realtà capace, per il momento, di sostituire un viaggio vero: la stanchezza del corpo, l’odore ineffabile di un altro Continente, il sapore, l’inquietudine, l’incontro e lo stupore. La necessità di continuare a cercare dentro e fuori di noi la verità, la giustificazione stessa del nostro cammino che è, sempre – singolare maledizione – un passo più in là, un metro più lontana.

Il Madagascar è un Continente in miniatura che aiuta questa insensata ricerca. E’ l’altro mondo, è il nostro vecchio mondo. La violenza dei linciaggi che tuttora insanguinano intere provincie, la paura della notte con i banditi di strada, il buio delle città, la fame vera di tanta parte della popolazione, la bellezza e la speranza dei giovani e il loro sorriso fiducioso in un avvenire complicatissimo. Le foreste primarie, i brandelli rimasti, sono comunque testimonianze gloriose di un passato recente. L’Oceano burrascoso con le balene e i pescecane. Le diciassette etnie differenti e la lingua cantante arrivata dall’Indonesia o forse dalla Polinesia. Il magico mistero della tenerezza in un racconto di violenza. Le colline verdi, profumate di cannella, la serenità delle risaie, il vento fresco del sud a rinfrescare i tramonti viola nel canale di Mozambico. Le contraddizioni della vita stessa, le domande senza risposte. I buoni e i cattivi. Come all’alba del mondo. Ecco. Riparto.DSC_4082

la farmacia degli incurabili

La storica farmacia degli incurabili ha riaperto, da due anni, i suoi grandi portoni di quercia massiccia. Dalla cornice superiore ci scrutano attenti un demone e un angelo. Il farmacon era – e rimane – portatore di salute oppure di morte.
La farmacia più importante nell’Europa del Settecento, a Napoli, era anche – o soprattutto – un Tempio massonico. Un centro iniziatico frequentato dalle migliori intelligenze dell’epoca.
Danno ancora il capogiro quelle vetrine barocche e l’enorme tavolo da speziale in radica, d’un pezzo solo. Gli scaffali zeppi della più grande collezione al Mondo di vasi e ampolle bianchi e blu. Contengono ancora i fondi di pozioni, di unguenti, di erbe, di impiastri e di sciroppi. Qualcuno di quei rimedi settecenteschi ha servito efficacemente allo scopo fino a tutta la seconda guerra mondiale. Il tempio-farmacia si colloca nel vasto complesso degli incurabili (in parte ancora funzionante come ospedale).
Da una parte all’altra del grande salone due enormi vagine d’oro si riflettono. La prima con rimando alla vergine sirena partenope, l’altra aperta e visibilmente ricucita. Al di là di numerosissimi rimandi simbolici ed esoterici, l’immagine ricorda l’alta specializzazione del reparto ginecologico dell’ospedale, che era in grado di operare al meglio anche parti cesarei. Per questo, in una lapide bianca a mezza altezza su una facciata dell’edificio centrale, è ancora leggibilissimo l’invito: “Donna incinta – a qualunque censo, razza e credo tu appartenga – bussa e qui troverai gratuitamente ogni cura ed attenzione”. Un invito che con i secoli si è un po’ smarrito nelle burocrazie delle aziende ospedaliere…images

Le anime pezzentelle di Napoli

photo 1E’ ombrosa e fresca, come si addice a una cava di tufo. Alta, come le antiche cisterne d’acqua. E’ il Cimitero delle Fontanelle, Napoli, rione Sanità.
Almeno quarantamila i resti di uomini e donne scomparsi nel Seicento e nel Settecento. Sono i morti di peste, di colera, di sifilide, di povertà. Sono le anime pezzentelle di Napoli: famiglie intere morte di contagio, in pochi giorni, o pezzenti veri, tutti uniti nella solitudine di una morte non pianta.
Più tardi, alla fine dell’Ottocento e nel Novecento fino ai nostri giorni, questi resti, ordinati lungo i muraglioni di tufo, accatastati a formare piramidi e Golgota simbolici, sono stati spesso adottati. Sì, adottati, da vivi senza morti: adottare uno o più teschi di sconosciuti per assumerli nella propria famiglia, piangerli, proteggerli in cappellette e dare loro persino il proprio cognome.
Soprattutto erano gli orfani ad adottare i poveri resti sconosciuti. S’inventavano così una famiglia cui appartenere. Ancora centinaia di migliaia sono sotto il pavimento di cemento, rischiarato di tanto in tanto da lastroni di vetro con altre tibie e teschi a vista.
Si esce rasserenati dalla visita di questo cimitero dove, di tanto in tanto, una rosa rossa spicca tra i cumuli grigi delle ossa, a ricordarci la bellezza e la breve unicità dei colori della vita.
Bella, straordinaria e poco conosciuta storia di una Napoli inesauribile di racconti.

Una terribile storia siciliana-americana

Sellerio, editore di Palermo, pubblica una “Storia vera e terribile tra Sicilia e America”. Enrico Deaglio ha ritrovato i pezzi – e li ha ricomposti pietosamente – di quelle povere biografie e di quei corpi linciati e spezzati nei primi anni del Novecento, in Louisiana, Stati Uniti d’America. Erano i corpi di italiani, di siciliani. Questa cronaca, davvero terribile e sconosciuta, fa parte, eccome, della storia dell’emigrazione italiana. Milioni e milioni di nostri concittadini sono stati costretti o “invitati” a emigrare altrove tra il 1860 e il 1960… quando io andavo già alle scuole medie.

Utile leggere oggi la ricostruzione attenta e commovente della vita di quei cinque italiani di Cefalù. S’imbarcarono per l’America insieme ad altri mille, delusi dalle promesse non mantenute del nuovo Regno d’Italia e convinti oramai della definitiva sconfitta di Garibaldi e della sua utopia.

Non è una vicenda lontana: eppure quei migranti erano ancora poco più che schiavi, sottospecie umana senza valore, che si poteva, appunto, linciare e impiccare ai pioppi d’un villaggio, senza che nessuno ne pagasse le conseguenze. Era quello l’uso e il costume degli stati del Sud. Lo è rimasto, più o meno, fino agli anni del nostro “boom economico”. E’ importante leggerla adesso quella storia, ora che a Lampedusa continuano a sbarcare, vivi o morti, altri migranti, altri uomini in cerca di fortuna e di speranza.

La memoria, così labile nell’uomo, dovrebbe arrivare ai propri genitori e ai propri nonni almeno.