Salut vazaha

Vazaha

È il saluto che tutti, turisti e residenti di pelle chiara, nella Grande Isola si sentono ripetere ad ogni incontro. Soprattutto nella campagna, nella boscaglia o attraversando i villaggi da nord a sud del Madagascar.

Vazaha vuol dire semplicemente straniero. Non sono pochi i bianchi residenti da decenni in Madagascar che non apprezzano affatto questa sottolineatura di incolmabile distanza… Credo invece sia questa, per me, una tra le ragioni più forti che mi legano, oramai da tempo, a questa terra. Non è forse quello che ho sempre, magari inconsciamente, desiderato? Cosa c’è di meglio, di più ontologicamente preciso, esatto, nell’essere comunque -straniero-?

In questo lontano, bellissimo e drammatico Paese, dove tutto appartiene per legge e costume ai Padri ancestrali, non sono in fondo stranieri di passaggio gli stessi malgasci contemporanei? Nel loro sorridente saluto non ho mai visto né arroganza né esclusione ma, piuttosto, quasi un fraterno richiamo ad una storia comune.

Se la scelta volontaria e seguita di questo lungo apprendistato all’estraneità non vuole certo arrivare alle estreme conseguenze raccontate da Albert Camus nel suo capolavoro, ricorda invece Verlaine, quando sostiene che essere sempre stranieri è l’unico antidoto alla volgare banalità del male.

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