SARA

La prima volta l’ho vista seduta su un risciò, avvolta da una specie di rete da pesca rosa, a larghe maglie, che mostrava in caleidoscopio pezzi del suo bellissimo e minuscolo corpo. Sirena catturata da una ciurma di pescatori ma ancora cantante, viva e ammaliatrice. La nuovissima generazione delle -crevettes- di Manakara. Aveva diciotto anni ed era lei il capo della piccola banda di ragazzine che volevano il Mondo, era quello il loro breve momento. Tutte eccellenti ballerine, lei e Pitchi anche cantanti dalle voci pungenti e calde e burrascose. Con la sua piccola voce e l’assoluta sicurezza di sé e della sua giovinezza mi diede la mano e il benvenuto all’oasi dei musicisti. Era ovvio che mi piacesse, era ovvio che ci saremmo conosciuti di più. Poi ci sono state quella piccola febbre al labbro inferiore e la mia efficace pomata. Se la spalmava col dito sul leggero gonfiore, guardandosi allo specchio della mia camera. Mi ringraziava ridendo e mostrandomi un seno. Le ho poi regalato qualche dolce, offerto qualche bicchiere di rum, dato qualche ariary. Amava più le sue amiche dei tanti, troppi, uomini che frequentava. Mi piaceva vederle insieme. Io la consigliavo, senza molto successo, sul modo di tenere più a lungo la salute, di guidare la propria vita ( come se qualcuno potesse imparare a farlo). Godevo della sua allegria senza domani, della sua bellezza innocente e pulita, del suo odore vegetale, della sua voce gutturale. Si era affezionata un po’, non tanto. Giusto un po’.

Ieri notte, la città nel buio, senza energia elettrica, mi si è avvicinata come un gatto, nel locale illuminato con qualche candela, come un gatto mi ha graffiato il collo, mi ha morsicato i capezzoli sopra la camicia, poi mi ha spinto in disparte, mi ha abbracciato forte: “Domani parto per un mese”. “Con un uomo?”, ho chiesto, sicuro della risposta affermativa. “E lo merita quell’uomo?”, ho continuato. Ha risposto no, ma che sarebbe partita ugualmente.

Sono tornato al banco di legno a finire il mio rum. Sara al suo tavolo buio dove ha continuato a cantare accompagnata da una chitarra. Prima di andarmene sono tornato da lei senza dire niente, le ho baciato a lungo una spalla mentre stringevo forte l’altra con la mano. Una velocissima piccola lacrima è corsa allora sulla guancia di Sara che, ridendo, l’ha asciugata via.

Ecco, in ordine di tempo, il mio ultimo grande amore. Non so se per una figlia, una donna, una puttana.

 

 

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