Tre storie dal Tropico del Capricorno

_DSC5879Tre storie dal Tropico del Capricorno

 

Piatti da asporto

Non aveva calcolato la presenza dell’amica europea che ieri sera sostituiva la proprietaria del ristorante malgascio. L’indiano residente a Morondava, terminata la cena e la birra, attorno alle dieci si rivolge di scatto alla bionda sostituta e, col suo particolare accento, domanda se può “l’emporter” (abbastanza intraducibile, è come chiedere di una pizza o di un piatto pronto per portarselo a casa, l’omologo dell’inglese take away).

Isabelle, volontaria di ong francesi, non capisce. Si rivolge all’indiano e al personale che esprime, col tradizionale sorriso, qualche imbarazzo. Il cliente insiste e un po’ stizzito indica con la mano Odette, la cameriera più graziosa.

Isabelle allora capisce e, alterata, comincia ad elencare tutto quel che Odette non è: non è una cosa né un oggetto, non è una sedia e neppure una pizza da asporto. E poi lei, Isabelle, grida, non è una tenutaria e il ristorante dell’amica non è un bordello.

Oramai, nella sala sul mare, quasi tutti ridono a crepapelle, tranne la ragazza, che ha il sorriso fisso di un imbarazzo nuovo. Il “signore” se ne va da solo verso il suo grande fuoristrada, imprecando che già sospettava che la bionda non capisse niente.

Relatività assoluta di usi e costumi. La globalizzazione è soltanto poter fotografare con Instagram milioni di verità, di dolore e di singolari incubi differenti nel nostro pur piccolo Pianeta.

 

Romance. Romanzo.

Chissà per quale ragione suo padre ha voluto chiamarla così. Lei, comunque, sembra avvertirne la responsabilità. A ventidue anni la sua è già una lunga corsa sui sentieri più complicati della vita. Corsa affannosa, luminosa, burrascosa. La convivenza con un volontario americano che le ha tolto le illusioni sul matrimonio ma le ha insegnato l’inglese. Un buon francese maturato da bambina nella scuola dell’Alliance. Quindi un po’ di spagnolo, eredità di qualche amore passeggero…

Ora, per il momento, nella sua casa-drogheria di legno e di latta, nel suo giardino di sabbia dove coltiva orgogliosa qualche raro fiore giallo, sembra ritrovare la banale serenità del quotidiano.

Salvo ieri sera, al karaoke di quartiere. E’ lì che ha vinto tutto lei. La gara di danza africana e, soprattutto, quella di canto, dove Romance, con la voce rotta dalle sigarette, ha interpretato in inglese, francese e malgascio. Eccellente. Emozionante. Una ragazza così, in Europa, se non famosa sarebbe, almeno, abbastanza ricercata per animare grandi serate. Qui, in Madagascar, con gli auricolari sempre fissi su musica e lingue straniere, vende articoli di drogheria e cartoleria nel quartiere povero della città. 14 ore al giorno di apertura non stop per arrivare a quei 60/80 euro al mese che la fanno vivere un po’ meglio degli altri. Ma il romanzo, di sicuro, lo saprà continuare.

 

Il rumore del mare

La cameriera del ristorante indigeno, sulla spiaggia di Morondava, questa mattina ha grandi auricolari neri che risaltano particolarmente nelle sue piccole orecchie: “Ascolti musica oggi?”. Mi risponde di no e mi allunga una cuffietta: effettivamente nessun suono. E allora perché?: “Sono stanca di sentire le onde del mare”, dichiara con l’assoluta semplicità dell’ovvio.

 

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