Al final del Danubio

Gli antichi credenti, nascosti tra le acque del delta, bevono acquavite, pregano, bestemmiano e pescano da secoli tra le erbe alte dei canali. Abitano ancora in capanne di fango e bambù e ancora affumicano lo storione su alte griglie di ferro. Il Danubio, finisce a Sulina, e come tutti i grandi fiumi, prima di finire mescolato all’acqua salata del mare, sembra tentennare, allargarsi, espandersi, perdere tempo. In quell’area immensa del delta vivono ancora animali di favole lontane: lupi, cervi, pellicani, storioni, lontre e visoni e anche genti, ancor più leggendarie. Non solo gli antichi credenti scappati dalla riforma russa, ma zingari ed ebrei dimenticati dalla catastrofe di settant’anni anni fa, marinai turchi, bulgari, ex sovietici scappati dall’arruolamento. Ci vogliono ancora molte ore per arrivare a Tulcea e lì, nell’ultimo villaggio del Danubio la vita è tranquilla e non sembra avere grandi pretese. A fianco del vecchio faro, il cimitero. Non una collina, piuttosto una duna sabbiosa dove tutti i simboli religiosi della Terra sono rappresentati quasi in una rassegnata, serena accettazione. Anche il Fiume pochi metri più in là sembra oramai persuaso a lasciarsi cambiare, a diventare qualcosa d’altro. Impossibile immaginare cosa sarà tra le onde del Mar Nero che ora si mescolano, raddoppiando di forza, a quel blù che nel secolo scorso dicevano essere il suo colore. images

Rio Napo

Il rio Napo è affluente diretto del grande Amazzoni. Il fiume che ho frequentato più a lungo. Dieci giorni interi di navigazione su un battello, in Ecuador, negli anni novanta. In seconda classe si alternavano le amache, dondolando nel sonno i viaggiatori locali. Ci si incontrava la sera, a prua, dove qualche sedia e quattro grandi tavoli pieghevoli arredavano un piccolo angolo di bar. Guardavamo in silenzio il tramonto sul fiume e il buio profondo che di colpo spegnava i colori della foresta amazzonica tutt’intorno. I rumori della notte superavano allora di molto quelli dell’acqua e le lucciole giganti rischiaravano le rive . Si ricominciava a parlare, mangiando sul

ponte, seduti vicini, apoggiati alle lunghe tavolate comuni.
La notte si attraccava, il battello legato ad un grande tronco d’albero, si metteva una passerella per raggiungere l’umida terra ferma e, a volte, un villaggio indio. Si parlava della grande foresta in pericolo, delle trivelle petrolifere, dei cercatori d’oro, del futuro delle tribù Omaguas che resistevano, delle misteriose capacità degli uomini della foresta che avrebbero perduto in poche settimane di città…
Ricordo quelle notti una per una .Gli occhi fosforescenti dei timidissimi caimani, le grida rauche di scimmie e uccelli notturni. Il canto e il sorriso delle ragazze Omaguas. Ricordo di aver bevuta, incoscientemente, in un villaggio, la chicha tradizionale, quella fermentata con lo sputo comunitario. E’ forse per questo che mi sento ancora così vicino a quella terra friabile, nera e profumata e a quella gente lontana di cui preferisco non immaginare l’evoluzione.

Considerazioni di un libertino sul fondamentalismo islamico.

Non so se, quando e dove si potrà vedere in Italia il film-documentario  Salafistes images-1. Il lungometraggio franco-mauritano sulla quotidianità della Sharia. Vietato ai minori di 18 anni è anche un’ anteprima nella storia della censura cinematografica e comunque un compromesso rispetto a chi ne voleva assolutamente vietare l’uscita nelle sale. La paura era ovviamente quella di un possibile, malefico, contagio. Qualche giorno fa mi sono messo in fila all’entrata dell’unico locale del centro di Parigi che programmava il film. Una coda lunga, inquieta e silenziosa, preoccupata, malinconica. Nella pellicola vengono intervistati i carnefici del fondamentalismo, alcuni emiri predicatori, imams salafiti, e qualche vittima felice di esserlo. Il teatro delle riprese è soprattutto in Mali, a Timbuktu, in Tunisia e in Mauritania. La predicazione è tranquilla, banale, califfi-intellettuali, circondati dai testi sacri, che spiegano quanto sia bello e giusto uccidere e sgozzare, farsi saltare in aria in una discoteca portando con se centinaia di vite nel nome di Dio. Parlano di come abbiano tolto il peccato dai villaggi e dalle città sotto il loro “misericordioso” controllo. Il peccato è infatti nell’uomo, che, debole, deve essere raddrizzato per raggiungere il Paradiso. Il passaggio su questa terrà è una irripetibile ma triste preparazione alle meraviglie del futuro Paradiso di miele e di latte. Parla un giovane a cui è stata pubblicamente tagliata la mano destra ma che, curato a spese dell’Amministrazione, è felice di aver così pagato il debito e di rientrare nella pia comunità dei credenti. Così un ragazzino omosessuale che prima di venir gettato giù da un alto condominio ringrazia e abbraccia i carnefici. La musica, il sesso, il corpo delle donne, capelli, mani e caviglie comprese, l’alcool, anche quello di una birretta, la blasfemia e poi tutta quella serie di “peccati” tipici di una società infedele richiedono fermezza. La misericordia viene declinata con la frusta e con la spada…E’ l’idea terribile del Dio del vecchio Testamento. E’ un’ idea amministrativa, politico-ideologica di un Islam conquistatore.
La verità più inquietante è vedere però come non sia affatto un -ritorno al medioevo-: al Tempo, la “fede”, era molto meno invasiva, assai più tollerante. Nell’Islam di Averroes, mussulmani, ebrei e cristiani vivevano in quartieri limitrofi senza grandi problemi e, più o meno, fino al 1980 è stato così. A Kabul, Teheran, Damasco e Bagdad le ragazze in minigonna andavano a ballare. In qualche modo allora DAECHE rappresenta una postmoderna visione totalitaria dell’Islam. Visione terrificante e assassina che, ahimè, sa attrarre anche migliaia di giovani europei assetati di “valori” e di sangue. La prima scena del film è la rincorsa, la caccia, con un lussuoso fuoristrada carico di Jihadisti, tra le dune di un deserto, ad una veloce e bellissima gazzella. Sparano con i mitragliatori e la colpiscono. La gazzella inciampa, cade, ansima ancora. Tra grida di vittoria, i combattenti, scendono allora dalla jeep e con un lungo coltello, scoprendone il graziosissimo collo, la sgozzano. Penso sia questa la scena che svela. L’odio per la vita e per la libertà, per la luce del sole e per la bellezza, per l’ebrezza e la gioia del corpo. La gioia gratuita che dovrebbe bastare a giustificare la vita stessa. Penso sia questa la posta in gioco.

Parigi d’inverno

Il portone grande, quello che collega all’Odeon, è chiuso al pubblico come l’altro, il più vicino al museo d’arte e storia. Il grande palazzo del Senato transennato da una doppia fila dei brutti e pesanti dissuasori di ferro grigio. Nel largo corridoio camminano militari armati. Podisti, flanuers e bambini stanno oramai a distanza. Una parte del Lussemburgo è chiuso per terrorismo. Le api del parco si sono risvegliate allo strano tepore di questo gennaio, di quest’altro -inverno del nostro scontento-. Sprecheranno energia che non troverà conseguenti fioriture, perderanno così risorse e molte di loro non riprenderanno vita alla prossima primavera. Una fila lunga e silenziosa per Salafistes il film documentario-scandalo.Vogliamo guardare in faccia ed ascoltare chi incita, addestra e manda ad uccidere i giovani francesi nei caffè e ai concerti. E’ una attesa senza allegria, triste. Nelle brasseries, nei ristoranti, non è il caso di prenotare, le presenze sono ridotte del 30 per cento. Meno turisti e meno voglia di uscire. Ritrovo un poco di gioia aux Trois Mailletz, lo storico cabaret di rue Galande, si canta insieme e insieme si – vuole il sole-. Ma nella metropolitana sguardi lunghi, inquieti e tanti allarmi ingiustificati, continui.
E poi c’è Lorence che non esce di casa da due mesi. La sua bella amica, la giovane vicina della porta accanto d’ origine egiziana, è morta.
Assassinata con il suo fidanzato il 13 novembre in un caffè della Bastiglia, a cento metri da casa. La programmazione cinematografica di queste settimane è piena di freddo, di neve e di malinconie: Di Caprio che ritorna, Tarantino con i suoi cattivi cowboys, Spotlight con i suoi cattivi preti. I tempi sono duri.IMG_1822

Rio Magdalena

Una personale, liquida -madeleine-, indispensabile per rivedere luoghi e persone, per ricordarle con le voci, i gesti, le emozioni di un tempo. L’acqua. Questa volta è quella del rio Magdalena, in Colombia. Il grande fiume che attraversa il Paese e congiunge la regione di Cartagena a Monpos. il villaggio sul fiume del Generale e della -morte annunciata-. Poche ore, solo un pomeriggio, sul battello, eppure a quel fiume e a quelle rive mi sento legato non meno che alle piccole spiagge del Lario. I motori tranquilli e il rumore dell’acqua tra le pareti della grande ruota, le voci dei pescatori dalle piroghe che accostavano, e poi donne che lavavano i capelli ai figli. Urlavano di gioia e di rabbia allargando la macchia di sapone quasi alle pareti del battello. Al villaggio si arriva al tramonto, con l’arancione e il blu della laguna che si moltiplicano con l’odore dell’acqua ferma e delle banane fritte. Era la fine degli anni ottanta. La Colombia di Pablo Escobar, delle Farc e del realismo magico di Garcia Marquez. Il concentrato di tutta l’America latina. Della brutalità e della bellezza dell’America latina. Quel fiume e tutta quella laguna attorno Monpos la ricordo oggi con la nostalgia della giovinezza ma anche come una promessa e una possibilità di futuro. Non ho mai più vissuto ore di maggiore pace interiore sicurezza e sintonia di quelle passate in quel labirinto, due sole notti profumate e tranquille nel pericolosissimo centro stesso della violenza sudamericana.images-1