Considerazioni di un libertino sul fondamentalismo islamico.

Non so se, quando e dove si potrà vedere in Italia il film-documentario  Salafistes images-1. Il lungometraggio franco-mauritano sulla quotidianità della Sharia. Vietato ai minori di 18 anni è anche un’ anteprima nella storia della censura cinematografica e comunque un compromesso rispetto a chi ne voleva assolutamente vietare l’uscita nelle sale. La paura era ovviamente quella di un possibile, malefico, contagio. Qualche giorno fa mi sono messo in fila all’entrata dell’unico locale del centro di Parigi che programmava il film. Una coda lunga, inquieta e silenziosa, preoccupata, malinconica. Nella pellicola vengono intervistati i carnefici del fondamentalismo, alcuni emiri predicatori, imams salafiti, e qualche vittima felice di esserlo. Il teatro delle riprese è soprattutto in Mali, a Timbuktu, in Tunisia e in Mauritania. La predicazione è tranquilla, banale, califfi-intellettuali, circondati dai testi sacri, che spiegano quanto sia bello e giusto uccidere e sgozzare, farsi saltare in aria in una discoteca portando con se centinaia di vite nel nome di Dio. Parlano di come abbiano tolto il peccato dai villaggi e dalle città sotto il loro “misericordioso” controllo. Il peccato è infatti nell’uomo, che, debole, deve essere raddrizzato per raggiungere il Paradiso. Il passaggio su questa terrà è una irripetibile ma triste preparazione alle meraviglie del futuro Paradiso di miele e di latte. Parla un giovane a cui è stata pubblicamente tagliata la mano destra ma che, curato a spese dell’Amministrazione, è felice di aver così pagato il debito e di rientrare nella pia comunità dei credenti. Così un ragazzino omosessuale che prima di venir gettato giù da un alto condominio ringrazia e abbraccia i carnefici. La musica, il sesso, il corpo delle donne, capelli, mani e caviglie comprese, l’alcool, anche quello di una birretta, la blasfemia e poi tutta quella serie di “peccati” tipici di una società infedele richiedono fermezza. La misericordia viene declinata con la frusta e con la spada…E’ l’idea terribile del Dio del vecchio Testamento. E’ un’ idea amministrativa, politico-ideologica di un Islam conquistatore.
La verità più inquietante è vedere però come non sia affatto un -ritorno al medioevo-: al Tempo, la “fede”, era molto meno invasiva, assai più tollerante. Nell’Islam di Averroes, mussulmani, ebrei e cristiani vivevano in quartieri limitrofi senza grandi problemi e, più o meno, fino al 1980 è stato così. A Kabul, Teheran, Damasco e Bagdad le ragazze in minigonna andavano a ballare. In qualche modo allora DAECHE rappresenta una postmoderna visione totalitaria dell’Islam. Visione terrificante e assassina che, ahimè, sa attrarre anche migliaia di giovani europei assetati di “valori” e di sangue. La prima scena del film è la rincorsa, la caccia, con un lussuoso fuoristrada carico di Jihadisti, tra le dune di un deserto, ad una veloce e bellissima gazzella. Sparano con i mitragliatori e la colpiscono. La gazzella inciampa, cade, ansima ancora. Tra grida di vittoria, i combattenti, scendono allora dalla jeep e con un lungo coltello, scoprendone il graziosissimo collo, la sgozzano. Penso sia questa la scena che svela. L’odio per la vita e per la libertà, per la luce del sole e per la bellezza, per l’ebrezza e la gioia del corpo. La gioia gratuita che dovrebbe bastare a giustificare la vita stessa. Penso sia questa la posta in gioco.

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