Rio Napo

Il rio Napo è affluente diretto del grande Amazzoni. Il fiume che ho frequentato più a lungo. Dieci giorni interi di navigazione su un battello, in Ecuador, negli anni novanta. In seconda classe si alternavano le amache, dondolando nel sonno i viaggiatori locali. Ci si incontrava la sera, a prua, dove qualche sedia e quattro grandi tavoli pieghevoli arredavano un piccolo angolo di bar. Guardavamo in silenzio il tramonto sul fiume e il buio profondo che di colpo spegnava i colori della foresta amazzonica tutt’intorno. I rumori della notte superavano allora di molto quelli dell’acqua e le lucciole giganti rischiaravano le rive . Si ricominciava a parlare, mangiando sul

ponte, seduti vicini, apoggiati alle lunghe tavolate comuni.
La notte si attraccava, il battello legato ad un grande tronco d’albero, si metteva una passerella per raggiungere l’umida terra ferma e, a volte, un villaggio indio. Si parlava della grande foresta in pericolo, delle trivelle petrolifere, dei cercatori d’oro, del futuro delle tribù Omaguas che resistevano, delle misteriose capacità degli uomini della foresta che avrebbero perduto in poche settimane di città…
Ricordo quelle notti una per una .Gli occhi fosforescenti dei timidissimi caimani, le grida rauche di scimmie e uccelli notturni. Il canto e il sorriso delle ragazze Omaguas. Ricordo di aver bevuta, incoscientemente, in un villaggio, la chicha tradizionale, quella fermentata con lo sputo comunitario. E’ forse per questo che mi sento ancora così vicino a quella terra friabile, nera e profumata e a quella gente lontana di cui preferisco non immaginare l’evoluzione.

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