Happy Holi

Happy Holi
Tra le più importanti fesività indú. Questi sono i giorni dei colori, della primavera, della rinascita. Una settimana di follia che riguarda gran parte dell’India. Nella regione del Rajastan è particolarmente vissuta. A Jaipur decine di migliaia di persone arrivano dalle campagne accalcate nei treni e negli autobus, aggrappate ai finestrini, alle porte, sdraiate sui tetti, si portano fasci di fieno per i mille fuochi necessari alla festa. Venditori ambulanti riciclati per l’occasione in magici fornitori in polvere di colore. Colori noti, mischiati, inversosimili, acquistati da tutti, da ragazzi, adulti, donne, vecchi che poi se li tirano abbosso con serietà e allegria augurandosi felice Holi. Holi sarebbe la zia importante di un di un re ancora più importante che nel complicatissimo Panteon indiano trova aiuto per l’immortalità grazie ad una divinità. Presiede così da tempo immemorabile la rinascita colorata in questa parte dell’anno. É anche e soprattutto festeggiare la ” perdurante credenza del credere”. Nelle strade di Jaipur al tramonto migliaia di falò cosparsi di profumi e incensi aprono i giorni della festa.una festa, la sola, che abolisce ogni scala sociale. Tutti possono, devono, lanciare e impiastricciare con le polveri colorate quelli che incontrano, possono finalmente “toccare” gli intoccabili, i Nobili signori, gli stranieri. La festa poi é molto legata alla propria famiglia. Pacifiche moltitudini di persone ipiastricciate dalla testa ai piedi vogliono comunque attraversare la città. Anche i taxisti, i ciclisti, i motociclisti accompagnati dalle mogli e dai bambini sono “pitturati” come per un inedito carnevale. Il colore cola col sudore originando maschere viventi spesso terrificanti. Fuochi di paglia e olio sacro illuminano la notte nei viali immensi e tra le oscure stradine. Un film dell’orrore, insomma, se non fosse per i sorrisi e la felicità vera, per gli indiani che gridano e cantano tirandosi manciate di giallo, di rosso,fuxia, porpora, verde carico e rosa confetto. E’ sicuramente una ancestrale festa dionisiaca che con la primavera e la gioia riannoda le ragioni forti del vivere.

  

India

Ci torno venti anni dopo. So già che non riconoscerò quei pochi punti di riferimento a cui mi ero affezionato allora. L’India, dal 2000, è cambiata ancor più di quanto sia cambiato io.
Mi hanno detto che le vacche sacre, nelle grandi città, oramai munite di un “chip” che le ricollega al proprietario, sono di fatto sparite. So già che i miei amici Mogul sono invecchiati come me ma, al mio contrario, sono diventati molto più ricchi. Il Rajasthan invece ha sofferto e soffre di siccità. E’ diventato più povero.
Proprio in quelle provincie si svolgerà il mio secondo viaggio in India. Molti dei bambini che allora ci accoglievano nei villaggi saltando e gridando di gioia e di stupore oggi avranno fallito come agricoltori e se ne saranno andati via. Ci saranno meno fontane e più connessioni telefoniche. Andrò ad una fiera di cavalli, cammelli e bestiame – forse lì ritroverò i colori e gli odori dell’India. I cavalli dalle orecchie a punta, veloci corridori nel deserto del Thar, avranno la stessa vitalità di allora e la confronteranno con la mia… Poi rivedrò quelle facce da zingaro, quegli strumenti musicali e quelle canzoni così simili al flamenco. E’ da lì che sono scappati via sei o sette secoli fa quelli che oggi nel Mondo vengono chiamati rom, o zingari, o gitani. Una delle tante migrazioni economiche nella storia dell’uomo. Rivedrò come la vergine nera di Saintes Maries de la Mer sia una traduzione della dea Kali. Sarà ancora commovente vedere quelle ragazzine e quelle donne nomadi ballare e cantare come andaluse senza avere un’idea di dove si trovi l’Andalusia. Torno in India.25

Quattro libri geniali

Il terzo libro mi era stato regalato per Natale. Ho resistito per quasi un mese ma, alla fine di gennaio, ho comprato il primo:“L’amica geniale” ed ho cominciato a leggere la saga della misteriosa Elena Ferrante.
Avevo tenuto duro perché mi pareva trattarsi d’una specie di soap-opera letteraria. Per di più, dopo Proust mi era difficile credere nella buona riuscita di quattro volumi sullo stesso tema. Del resto, rimango comunque un provinciale diffidente nei confronti di una scrittrice italiana che non si firma nemmeno col proprio nome.
Tuttavia, poche pagine dopo, stregato dalla genialissima piccola Lila, dalla profonda semplicità di una scrittura eccellente, ho abbandonato Melvut, il venditore di boza di Pamuk arrivato già alle soglie del 2000, così come una cronaca dell’emigrazione latina dal sud al nord America documentata dalla coraggiosa giornalista Camilla Panhard; perfino un libro sull’ultima regina del Madagascar giace da allora abbandonato.
A febbraio poi, nelle vetrine delle librerie a Parigi, ho visto i titoli della Ferrante tradotti e pubblicizzati così: “Ecco i romanzi che Daniel Pennac offre ai suoi amici”. Fantastico! Lo scrittore, suo coetaneo, inventore della Belleville letteraria del signor Malaussene, ha ritrovato nella collega italiana il gusto del raccontare la gente e il quartiere.
Allora il grande romanzo non è affatto morto! Ne abbiamo ancora bisogno. Le centinaia di pagine intorno alla vita di Lila e di Lenù sono qui a dimostrarlo. Tra qualche giorno terminerò per sempre questa, in fondo, lunga coabitazione con la durezza del quartiere e della sua gente e so già che ne avvertirò la mancanza. Avrò nostalgia di quei personaggi, quei dialoghi, di quel dialetto, quella scrittura che spesso vola ancora più alta ad illuminare la verità rossa e grigia della nostra vita.
Un tremendo consiglio di Lila resterá a lungo con me : ” Le bugie sono meglio dei sonniferi “.

Le streghe di marzo

Nessuno come Jules Michelet, il grande storico e filosofo francese dell’ottocento, è riuscito, in poche righe, a rendere un altissimo omaggio alla complessità del mondo femminile. Nei primi giorni di marzo mi piacerebbe venisse ricordato il suo libro “La strega”. Un testo tra i più devoti alla natura stessa dell’ intelligenza femminile. Che sia stato scritto a metà del 1800, cento anni prima dei movimenti femminili strutturati politicamente, dimostra come la genialità di alcuni protagonisti dell’età dei Lumi riesca ad emettere Luce ancora ai nostri giorni. Altrettanto incredibile che uno slogan femminista degli anni 80, quasi sempre inconsapevole, recitasse appunto : -“tremate le streghe son tornate”. Nel suo splendido “la sorciere” Michelet sostiene con entusiasmo che la donna nasce fata, per la sua capacità di emozione cresce sibilla e, per raffinatezza magica, malizia e sapienza diviene appunto, attraverso l’amore, strega: guaritrice simbolica, levatrice ancestrale. Come più tardi scriverà Ceronetti:- sono gli uomini che muoiono, le donne non muoiono mai…-
Ecco, io frequentatore abituale del Madagascar, l’Isola delle streghe, vedo in queste figure gli archetipi positivi della donna vittoriosa di oggi e soprattutto di domani. Non so, ovviamente, se le donne condivideranno questo mio “delirio” al quale ho cercato di associare nientemeno che Michelet e Ceronetti ( tutti uomini in verità) ma sono sicuro non sia poi così delirante,IMG_4185 (1)

Lamento per un topo di campagna

La minuscola ombra grigia ansima forte nel vedere me e, improvvisa, la luce. Dev’essere ancora più orribile morire illuminati da chi lo ha voluto. E’ sdraiato al centro della tavoletta di vischio col pezzetto di mela posato da me, a malincuore, la sera prima, tra i libri dell’ultimo scaffale. Anche lì avevo riconosciuto i segni e la presenza del piccolo topo di campagna che da molti giorni, da settimane, correva la notte per le stanze della casa. Non sembrava essere il cibo il motivo del suo persistere, con furbizia, evitando le classiche trappole che catturano senza uccidere, piuttosto il divertimento e il gioco.
Amava, potrei dire, le mie stesse cose: il burnus in lana di cammello, la penombra, la sabbia nel grande piatto che avevo portato dal Sahara, l’odore dei libri e delle mele.
Gli animali come fratelli minori, compagni discreti o invisibili della nostra vita, nutrirci di loro senza chiedere scusa, la questione antica dell’anima, di che tipo di anima. Poi ancora il tempio dei topi visitato in India, e loro, i topi che ci sopravviveranno come specie più adattabile e solidale…
A queste cose pensavo preparando la tavoletta di vischio che non avrei voluto. Ma quante cose ho fatto e faccio senza volerle fare. E’ per aver desiderato mangiare la piccola fetta di mela che ora rantola piano, come un topo che muore, una macchiolina di sangue alla bocca. Sdraiato nella inconcepibile fine fatta di colla che lega, senza odore, senza violenza né odio, né fame. Intollerabile, mostruosa vischiosità della morte. Se ne va col cuore che batte forte per un’ultima paura. Non si rotolerà più nella sabbia rossa del deserto che sembrava divertirlo tanto. Perduto da un pezzetto di mela e dalla mia impossibilità di vivere con lui. Mi addolora, lo sento molto, questo suo ansimare silenzioso e ancora stupito. Gli sia e mi sia di consolazione che anch’io finirò invischiato, stupito e, nel Tempo, senza nemmeno il miraggio di una mela.images