Lamento per un topo di campagna

La minuscola ombra grigia ansima forte nel vedere me e, improvvisa, la luce. Dev’essere ancora più orribile morire illuminati da chi lo ha voluto. E’ sdraiato al centro della tavoletta di vischio col pezzetto di mela posato da me, a malincuore, la sera prima, tra i libri dell’ultimo scaffale. Anche lì avevo riconosciuto i segni e la presenza del piccolo topo di campagna che da molti giorni, da settimane, correva la notte per le stanze della casa. Non sembrava essere il cibo il motivo del suo persistere, con furbizia, evitando le classiche trappole che catturano senza uccidere, piuttosto il divertimento e il gioco.
Amava, potrei dire, le mie stesse cose: il burnus in lana di cammello, la penombra, la sabbia nel grande piatto che avevo portato dal Sahara, l’odore dei libri e delle mele.
Gli animali come fratelli minori, compagni discreti o invisibili della nostra vita, nutrirci di loro senza chiedere scusa, la questione antica dell’anima, di che tipo di anima. Poi ancora il tempio dei topi visitato in India, e loro, i topi che ci sopravviveranno come specie più adattabile e solidale…
A queste cose pensavo preparando la tavoletta di vischio che non avrei voluto. Ma quante cose ho fatto e faccio senza volerle fare. E’ per aver desiderato mangiare la piccola fetta di mela che ora rantola piano, come un topo che muore, una macchiolina di sangue alla bocca. Sdraiato nella inconcepibile fine fatta di colla che lega, senza odore, senza violenza né odio, né fame. Intollerabile, mostruosa vischiosità della morte. Se ne va col cuore che batte forte per un’ultima paura. Non si rotolerà più nella sabbia rossa del deserto che sembrava divertirlo tanto. Perduto da un pezzetto di mela e dalla mia impossibilità di vivere con lui. Mi addolora, lo sento molto, questo suo ansimare silenzioso e ancora stupito. Gli sia e mi sia di consolazione che anch’io finirò invischiato, stupito e, nel Tempo, senza nemmeno il miraggio di una mela.images

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