La stranezza che ho nella testa

“La stranezza che ho nella testa”: prendo in prestito da Omar Pamuk. Ma è anche il debito che il premio Nobel turco ha contratto con tutta la sua e mia generazione.
Non solo a Istanbul la storia sociale, politica e urbanistica ha avuto negli ultimi vent’anni una spaventevole accelerazione, ma ovunque nel vasto Mondo. Il nostro paesaggio individuale e collettivo – e le stesse parole per raccontarlo – sono cambiati e irriconoscibili quanto i “quartieri nuovi” delle città. Si smarriscono le strade e le idee, le campagne, gli stessi animali e i villaggi; gli incontri lontani. Oggi confondo gli amori e gli odi, i sorrisi e le voci. Soprattutto perdo il filo e il senso di tutto questo.
Le convinzioni forti e perfino il successivo “pensiero debole” della nostra generazione sono naufragati nell’impossibilità di capire e di farsi capire o semplicemente… di farsi perdonare.
No, non è sempre stato così e non si tratta del pessimismo cronico dei “vecchi”, del venir meno delle speranze. L’inquietudine e la “stranezza” si portano via, ogni giorno, un riferimento, una certezza, un segnalibro. Sarà la grande svolta tecnologica che tra pochi anni cambierà davvero il destino degli uomini? Saranno comunque altri i concetti e le parole per raccontarlo. Perché allora, proprio adesso, che tutto sta per succedere, perdo curiosità e mi resta solo il desiderio di sedermi sulla sabbia e guardare il mare? Forse perché qui la Letteratura ha saputo mischiarlo con la luce del sole e lo ha riconosciuto come l’Eternità?

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