Due ragazze e un cagnolino

IMG_0158Prologo: rare contingenze mi fanno utilizzatore dei mezzi pubblici di Lecco. Eppure lo so, eccome, che per conoscere una città, un luogo, la sua gente, è necessario usare i trasporti in comune. Ma Lecco la conosco a memoria, da quando ci sono nato, non vedo più niente, non guardo che le montagne attorno e, a volte, il lago.

Due ragazze e un cagnolino

E’ salita in fretta, con quella luce negli occhi che, a volte, hanno gli adolescenti. Ha rivolto silenziosi e misteriosi ordini al suo piccolo cane bianco a chiazze marroni che, con educazione quasi circense, saltato sul podio del sedile, si accoccolava ai suoi piedi, gli occhi pieni di quell’amore che, a volte, hanno i piccoli cani. Armeggiava intanto con una specie di fazzolettino nero traforato attorno al collo dell’animale, accarezzandolo e bisbigliando. Il suo ingresso sulla piattaforma dell’autobus n° 8, circolare sinistra, nel “cassone” grigio e caldo di una domenica di luglio, è stato una sferzata di vita vera, di speranza, quasi di gioia, a riscattare l’inedia ingloriosa degli altri quattro “viaggiatori” presenti, più un mentecatto con gli auricolari e me stesso naturalmente, riparato e protetto da una parete opaca di vetro-plastica.
La ritrovata, precaria armonia del Mondo è andata subito in pezzi con l’ordine gridato dall’autista: “O la metti subito, sta’ museruola, o scendi”. Ecco cos’era quella cosa che a me pareva un fazzoletto.
La durezza inflessibile delle regole. Lei è rimasta molto male per quell’urlo e la luce del suo sguardo si è spenta. Ha messo la museruola che il cane voleva togliersi con le zampe. Ho cercato di sorridere solidale al cane, non certo alla ragazzina. Nel Mondo così com’è avrei rischiato inqualificabili sospetti. Lei invece ha cercato un po’ di comprensione femminile, o animalista, in una giovane donna seduta dall’altro lato. Le ha spiegato che lo aveva raccolto lei il trovatello, che era buonissimo e non avrebbe morsicato neppure un coniglio. La donna l’ha guardata con il disprezzo concesso a un rifiuto; i suoi inutili occhi azzurri non hanno degnato il cane e si sono rivolti invece al finestrino mentre, con le mani, si lisciava gli inutili capelli biondi. Ho visto allora un’altra mano, scuretta, allungarsi da dietro ad accarezzare il pelo bianco e marrone e poi la spalla della ragazza. Non l’avevo notata salire la sua amichetta, coetanea e mulatta. Nessuno dei tre ha retto molto al minaccioso ambiente ostile. Alla fermata poco lontana del Mercato hanno suonato per prenotare la discesa. Poco prima dell’apertura delle porte l’amica mulatta ha voluto ancora una volta consolare la proprietaria del meticcio, sempre più triste. Furtivamente, di colpo, l’ha baciata sulla guancia. Poi sono scesi, tutti e tre. Sono andati via, lontano da noi, a raggiungere il loro personale, lunghissimo cammino della speranza. Noi passeggieri siamo tornati al buio, l’autista alla sua rabbia, il mentecatto alle auricolari ed io, definitivamente convinto che i mezzi pubblici debbano essere usati spesso, anche nella propria città.

Di zingari e di chitarre

IMG_2730Ho conosciuto Mario Regis quando cercava ancora riparo alla sua timidezza di bambino tra le pieghe colorate della lunga gonna-tenda di sua madre. Una zingara Kalè della leggendaria famiglia dei Los Reyes, quella dei Gispy King. Il padre Bik era il chitarrista delle nostre notti e della nostra emozione. Si cantava insieme in una masseria in Camargue. Erano gli anni Ottanta.
Ma Bik era soprattutto il musicista che aveva costruito la base musicale di successo dei Gipsy King che in quegli anni erano famosi nel Mondo quanto lo erano stati i Beatles. Lui era più schivo, meno “commerciale”. Artista d’anima flamenca, preferiva la chitarra e il battito della palme in “burlerias”, anche più della rumba catalana. La ritmica di tante belle e notissime canzoni del complesso. Un maestro che come molti grandi interpreti di origine zingara non sapeva leggere uno spartito. Come d’altronde Django Reinhard… La musica la faceva, la ricordava e la inventava. Se ne aveva voglia. E’ da lui che ho imparato una bella parola Rom: MORCURE. Si traduce con gatto in italiano ma, in questo caso è un gatto metaforico, immaginato. Un gatto che fa le fusa e graffia con la nostalgia di un viaggio, di un incontro finito. In spagnolo sarebbe il DUENDE. Ecco, Bik prendeva la chitarra soltanto se Morcure la sentiva presente, con lui e con noi. Altrimenti rideva, parlava, ma non suonava.
Mario l’ho incontrato, di tanto in tanto, nel corso di questi decenni. So che suona come il padre, come i nonni, come i migliori della sua grande famiglia di chitarristi, so che canta con la voce rotta e profonda degli zingari. Lo rivedo oggi pochi giorni prima di un suo spettacolo-incontro d’eccezione, all’aperto, nel Teatro romano di Arles. Sarà con lui Raghunath Manet, il grandissimo danzatore e musicista indiano. “Zingaro da dove vieni?” è il titolo del concerto. Sarà una notte dove non mancherà di miagolare il gatto segreto dell’emozione e dell’arte. Una serata anche pedagogica per tutti quegli zingari che, non sapendo da dove vengono, spesso si perdono… nelle nostre città e nelle nostre periferie.
Ho saputo che Mario ha accompagnato Charles Aznavour alla chitarra e che è considerato l’erede di Manitas de Plata. Oggi è marito, padre e credo anche nonno… (nella tribù ci si sposa presto). Quando ragazzino batteva i palmi delle mani, seguendo con gli occhi quelle di Bick, già si capiva che anche per lui il canto e la musica potevano nascere soltanto dall’emozione.

…Che ti vada bene…

Sarà disponibile tra poco, nella traduzione italiana, l’ultimo lavoro di John Irving. Il Viale dei Misteri, il titolo probabile di questo lungo romanzo surreale, misterioso e bello.  Irving, quello de “Il mondo secondo Garp”, ritrova il meglio della sua scrittura in quest’ultima opera. Forse perché i personaggi principali del romanzo sono nati a Oaxaca, in Messico, non potrò essere del tutto oggettivo.
Proprio Oaxaca, infatti, rappresenta per me la prima meta lontana, nel senso stretto e metaforico, l’inizio del mio amore per il viaggio. Non avevo ancora trent’anni e il Messico non era quel Paese violento e disperato che sembra essere diventato oggi, dopo i cartelli della droga e le violenze di confine.
Oaxaca dunque, città medio-grande (rispetto a Messico D.F.), dalla bella piazza dello zocalo, vivibile e tranquilla ai tempi, con gli scoiattoli che salivano sui tavolini dei caffè e partecipavano attivamente alla colazione. I “miei tempi” collimano con quelli dei protagonisti del Viale dei Misteri, le chiese delle vergini spagnole sono le stesse costruzioni barocche e oscure che ho frequentato io, alla ricerca dei perché coloniali e delle riposte del sincretismo indio.
I primi enigmi, le prime fascinazioni antropologiche mi vengono da quelle strade, da quelle discendenti degli zapotechi che vendevano cioccolato e tortillas, dalle colline che circondano la città, da quel viaggio in autobus, complicato, attraverso i boschi, per arrivare all’Oceano Pacifico.
Lasciando il piccolo Hotel del Pombo nella luce appena accennata di un’alba, la ragazza della reception mi ha salutato con un sorriso e con una formula forse usuale: “QUE TE VAYA BIEN”. E’ stata, quella, la prima e la sola volta che l’ho davvero ascoltata e che l’ho misteriosamente interpretata come estensiva per tutti i viaggi a venire. Attraverso Irving ho ritrovato la voce e il sorriso di quel lontano mattino. Spero con tutto il cuore che sia andata  bene anche a Lei.images-1

I giganti della Val Bregaglia

A pochi metri dal confine italiano, ma già altrove. Molto lontano.
Soglio, oggi villaggio della Val Bregaglia, nella Svizzera tedesca dei Grigioni, è sospeso attorno al seicentesco Palazzo Salis, ricovero di lusso, abitato da loquaci e geniali fantasmi. Poche camere tutte in legno, profumate di lino e di resina. Soltanto attraverso gli stretti passaggi del Maloja e dello Spluga si entra nella valle, non troppo distante dalla Montagna magica. L’incantamento, il fermarsi del tempo, resiste, con poche eccezioni su, su fino a Sils Maria. Ma è proprio a Soglio che si confonde col sogno. Lì, nell’albergo di pietra e di legno, ancora risuona la stagione dei Giganti. A Soglio trascorrevano l’inverno Segantini, il veggente, e Giacometti, il più grande. Rainer Maria Rilke passeggiava e scriveva tra le vacche brune dai campanacci luccicanti. Ancora odore di fumo e di fieno e di erbe rare, di minestre d’orzo e di vento. Il vento di queste valli può far impazzire o dimenticare tutto, si dice. Ma ora io ricordo quella stanza grande col camino acceso d’ottobre. In una sera chiara, lei che saltava, posseduta, sulla trapunta firmamento del letto, strega e bambina. Non chiedeva amore ma venerazione. Impreparato, inadeguato, cercavo scampo nelle montagne ravvicinate dalla luce d’autunno. Guardavo dalla finestra. Lei, meno vestita della ragazza dipinta da Balthus, altro vicino di casa, contemporaneo, si allungava sul divano verde scuro. Mancava soltanto il gatto. Ma a strattonare la tenda bastavo io.balthus-10