SAN GIROLAMO

Per tanti anni, tutti quelli della fanciullezza, 2016-09-20-photo-00000022san Girolamo non ha rappresentato che la strana e ricorrente passeggiata di mia madre. Soprattutto agli inizi di febbraio era quello l’appuntamento importante. Non c’erano scuse. Lei con le amiche, con le zie doveva andare a San Girolamo. Per molto tempo, dunque, è stata per me una località, un luogo e non un Santo. Una specie di montagna sacra, non lontana da Lecco, dove la mamma andava per salire scale, in ginocchio. Tornava la sera, contenta e con piccoli regali comperati alla festa. Penitenza e allegria. San Girolamo è rimasto incredibilmente così-fermo, legato ad un ricordo infantile. Fino a poche settimane fa quando un incontro
, come sempre, ha cambiato le cose.
Con Padre Livio, l’attuale grande animatore (se posso usare questo termine forse troppo teatrale) del Monastero e dei luoghi di questa bella frazione del lecchese che ha dato il nome ai Padri Somaschi e, di conseguenza, lo ha seminato nel Mondo. Padre Livio mi ha rivelato la storia affascinante e tremendamente attuale di Girolamo Miani. Non posso che inchinarmi commosso al ricordo di mia mamma accompagnata dalla sua di mamma, agli inizi del secolo scorso, e insieme a loro ,nel tempo, alle altre migliaia di donne che hanno salito in ginocchio, in penitenza quei difficili gradini di roccia viva fin su alla grotta del Santo. Io non ho quella fede capace di credere al miracolo della sorgente o delle catene spezzate se non nella visione metaforica o allegorica. Il rispetto, invece, per il percorso di quell’uomo del 600 l’ho avvertito tutto. Probabilmente Alessandro Manzoni pensò a lui per il personaggio di Fra Cristoforo e ai suoi luoghi per il castello dell ‘Innominato. San Girolamo, che rimase laico per tutta la sua vita, è oggi Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. Anche di quella gioventù e di quella fanciullezza che oggi in Siria sceglie il suicidio non potendo più sopportare il massacro.In questo momento storico è forse ancora più grave la responsabilità dell’impegno alla protezione dei minori abbandonati, persi… Talmente grave che sono davvero pochi e per ciò santi, coloro che lo fanno. I padri Somaschi scelgono questo carico in nome e in ricordo di quel Girolamo, ex valoroso e duro soldato veneto, che arrivato a Somasca con i suoi orfani straccioni ne viene allontanato e con loro si rifugia sù, in alto, tra le rocce e le grotte. Non lo accettarono allora come ,probabilmente, non accetterebbero nemmeno ora, uno così.
Ma oggi come a quel tempo, Girolamo Emiliani, rappresenterebbe ancora quella necessaria goccia di pietà che impedisce al mondo intero di trasformarsi in deserto.

Tango a Medellin

Il coprifuoco da mezzanotte all’alba. A Medellin era ancora vivo e potente l’ex lattaio Pablo Escobar.

Ma fino a Mezzanotte si poteva attraversare la città nel tepore dolce di una primavera senza fine. Profumo di frangipane e dedicate serenate ad ogni angolo di quartiere. Appoggiati a un derelitto taxi giallo e nero noi tre lo ascoltavamo.
Era un omino grigio e liso, rattoppato come la chitarra che suonava, per qualche pesos, finalmente un tango.
Domandammo una canzone e lui per soldi ma con sentimento, claro !, si ruppe la voce su “Anclao en Paris”.
Noi contenti ascoltavamo soltanto lui , distinto da tutta la musica sferragliante del Caribe che usciva dai tanti locali della  Carrera 70.
Così come un viaggio, come una nostalgia, sogni dolciastri come manghi maturi mi presero insieme; in quella sera di festa, su quella strada tanto irreale da sembrare sollevata, quasi nuvola. La nuvola della musica, dei ricordi e dei singhiozzi di tutta la Latino-America. Ageografico itinerario. Via dei canti di uno straordinario Continente che dall’Europa sembra non staccarsi del tutto ma che non potrebbe più vivere senza lo zucchero e il sole e le donne colorate, senza le strade con il mare in fondo, l’oro, la gloria e la polvere da sparo. Noi tre non più “inchiodati a Parigi” ma liberi, tra musiche diverse, di sognare viaggi infiniti nel continente del sole. Il Cantore si inchinò, guardò in alto verso la luna piena, verso Gardel che ritornava, per sempre, dal suo ultimo Medellin a Buenos Aires.img_2756

Letture d’estate

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Con la “scuola cattolica” di Albinati, premio Strega 2016, ho iniziato l’estate. Il ponderoso romanzo è in realtà, soprattutto, un saggio filosofico di un epoca italiana, la mia stessa. Milleduecentopagine, che penso mi accompagneranno fino all’autunno. Pensieri importanti e in qualche caso esaustivi sulla borghesia romana degli anni settanta e poi pagine di lucido e terribile approfondimento su quello che fu il fatto di cronaca emblematico per quelli anni e per quell’ambiente: il delitto del Circeo…”per brevità DdC”. Quasi incitato dai temi della scuola cattolica ho poi letto: “Dolore” dell’israeliana Zeruya Shalev. Dove si interferiscono il dolore fisico (quello di un corpo dilaniato da un attentato suicida) e quello morale della mancanza di senso. Shalev è una scrittrice ebrea meno conosciuta dei suoi colleghi tradotti e amati in Italia ma assolutamente alla stessa altezza per scrittura ed argomenti.
Da ultimo, accettando il consiglio di una amica lettrice francese, un libro di Jean-Luc Seigle non ancora tradotto ma il cui titolo mi ha personalmente interpellato : “ invecchiando gli uomini piangono” . E vi è certamente da piangere per tutte le bugie che il Potere racconta alla gente e per la gente che, pur sapendo che sono bugie ha perduto la voglia e la speranza della verità.
Letture non particolarmente gioiose ma che mi sono sembrate e continuano a sembrarmi molto in accordo con la cronaca del Mondo e, in fondo, con la nostra personale biografia.

Agosto 1968. Ricordo di un inverno.

Tiepide notti d’agosto e, nel ricordo, tunichette bianche danzavano. I capelli biondi e gli occhi azzurri delle giovani cecoslovacche del corpo di ballo di Bratislava e di Praga. I musicisti diretti da un famoso direttore che nell’estate 1968, di casa sul nostro lago e nella nostra città, riempivano di musica, di canti e di balli quelle sere lontane. Una lunga storia di contattati e di amicizia tra il direttore dell’Azienda di Turismo lecchese d’allora, Giacomo De Santis, e gli intellettuali, i musicisti, gli scrittori, i cantanti della “Primavera”.
Diciottenne, io ero un volontario, con qualche altro studente. Ho vissuto quelle settimane a supporto dell’allegra e confusa logistica dell’accoglienza. Si pranzava alla mensa delle ACLI, a volte si cenava, dopo il concerto, al ristorante dell’Hotel Croce di Malta oppure all’aperto o agli “Alberi”. Parlavamo con quel po’ di francese o d’inglese che sapevamo noi, e che i giovani cecoslovacchi conoscevano invece molto meglio, e con qualche parola d’italiano, che loro già cominciavano a capire e a parlare. Non di politica, certo, i commissari che accompagnavano la trasferta erano tanti e molto attenti… Parlavamo di libri, di cinema, di musica, parlavamo delle vacanze che avremmo voluto fare, di città da visitare… di vestiti che avrebbero voluto comprare. Li accompagnavamo a piedi a visitare la piazzetta di Pescarenico, il lungolago. Poi venne la mattina del 23 agosto. Mi telefonò De Santis facendomi fretta, era successo un brutto guaio, i nostri amici dovevano anticipare la partenza. Scesi di corsa in piazza degli Affari dove era allestito il palco a fianco dei parcheggi per i loro vecchi pullman. C’era molto disordine, gli strumenti caricati di furia, le ballerine che si abbracciavano tra loro singhiozzando, i vestitini bianchi macchiati di lacrime: l’invasione sovietica era realtà. I carri armati entravano a Praga e a Bratislava. I commissari dalle facce pallide e dure accelleravano. Ricordo il congedo col violinista con il quale avevo condiviso il pranzo il giorno prima e poi l’abbraccio con una ragazza tanto bella da far male. Indimenticabile il pianto e quasi il grido di Edith, la prima ballerina seduta scarmigliata sui gradini del ristorante Oreste. Più tardi alcune cartoline, in bianco e nero, piene d’inverno. Più tardi, forse proprio in ricordo di quell’agosto, a Lecco si tenne una delle pochissime manifestazioni pubbliche in memoriam di Jan Palach, il giovane eroe immolatosi a Praga per la libertà. Ma quella mattina fu un momento di svolta, un brivido freddo. La prima consapevolezza di quanto difficile sia trasformare un inverno in primavera, di quanto duro sia il potere e, invece, di quanto siano fragili la felicità, la bellezza, la giovinezza. E, pure, di quanto necessaria sia la speranza.-1