Agosto 1968. Ricordo di un inverno.

Tiepide notti d’agosto e, nel ricordo, tunichette bianche danzavano. I capelli biondi e gli occhi azzurri delle giovani cecoslovacche del corpo di ballo di Bratislava e di Praga. I musicisti diretti da un famoso direttore che nell’estate 1968, di casa sul nostro lago e nella nostra città, riempivano di musica, di canti e di balli quelle sere lontane. Una lunga storia di contattati e di amicizia tra il direttore dell’Azienda di Turismo lecchese d’allora, Giacomo De Santis, e gli intellettuali, i musicisti, gli scrittori, i cantanti della “Primavera”.
Diciottenne, io ero un volontario, con qualche altro studente. Ho vissuto quelle settimane a supporto dell’allegra e confusa logistica dell’accoglienza. Si pranzava alla mensa delle ACLI, a volte si cenava, dopo il concerto, al ristorante dell’Hotel Croce di Malta oppure all’aperto o agli “Alberi”. Parlavamo con quel po’ di francese o d’inglese che sapevamo noi, e che i giovani cecoslovacchi conoscevano invece molto meglio, e con qualche parola d’italiano, che loro già cominciavano a capire e a parlare. Non di politica, certo, i commissari che accompagnavano la trasferta erano tanti e molto attenti… Parlavamo di libri, di cinema, di musica, parlavamo delle vacanze che avremmo voluto fare, di città da visitare… di vestiti che avrebbero voluto comprare. Li accompagnavamo a piedi a visitare la piazzetta di Pescarenico, il lungolago. Poi venne la mattina del 23 agosto. Mi telefonò De Santis facendomi fretta, era successo un brutto guaio, i nostri amici dovevano anticipare la partenza. Scesi di corsa in piazza degli Affari dove era allestito il palco a fianco dei parcheggi per i loro vecchi pullman. C’era molto disordine, gli strumenti caricati di furia, le ballerine che si abbracciavano tra loro singhiozzando, i vestitini bianchi macchiati di lacrime: l’invasione sovietica era realtà. I carri armati entravano a Praga e a Bratislava. I commissari dalle facce pallide e dure accelleravano. Ricordo il congedo col violinista con il quale avevo condiviso il pranzo il giorno prima e poi l’abbraccio con una ragazza tanto bella da far male. Indimenticabile il pianto e quasi il grido di Edith, la prima ballerina seduta scarmigliata sui gradini del ristorante Oreste. Più tardi alcune cartoline, in bianco e nero, piene d’inverno. Più tardi, forse proprio in ricordo di quell’agosto, a Lecco si tenne una delle pochissime manifestazioni pubbliche in memoriam di Jan Palach, il giovane eroe immolatosi a Praga per la libertà. Ma quella mattina fu un momento di svolta, un brivido freddo. La prima consapevolezza di quanto difficile sia trasformare un inverno in primavera, di quanto duro sia il potere e, invece, di quanto siano fragili la felicità, la bellezza, la giovinezza. E, pure, di quanto necessaria sia la speranza.-1

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