Emmène moi à Venise

Emmène moi à Venise. 

Portami a Venezia. Emilie me lo ha proposto subito, sorridendo, appena saputa la mia nazionalità. Una faccia bella, leale, empatica. Un umorismo leggero e una leggera amarezza. Lavora al ristorante della cugina. Ha quasi trent’anni e nella lotteria dei cuori – e soprattutto dei corpi – che si gioca in Madagascar, ancor più che altrove, il numero buono non è mai uscito per lei. Non lo ha incontrato lo straniero che l’avrebbe portata via.
“ Ho trent’ anni e non sono mai salita su un aereo, non ho mai lasciato l’Isola: portami a Venezia! ”. Rideva di me e di se stessa con una teatralità dai tempi giusti.
Me lo gridava come un’ironica supplica sporgendosi da un risciò, me lo sussurrava sorprendendomi in coda a uno sportello: “Portami a Venezia!”.
Eccola l’occasione per rimpiangere di non essere ricco. Allora sì, davvero, le avrei offerto il viaggio a Venezia. Mi avrebbe commosso il suo stupore di fronte alla grande, vetrificata bellezza della nostra città di mare. Sul mare proprio come la sua. 
So che dopo pochi giorni non avrebbe retto, che quella bellezza funebre non le avrebbe fatto dimenticare la scarmigliata vitalità, la luce tropicale e misteriosa del suo paese. La lunga spiaggia della sua città che tra mangrovia e rovinose alte maree è  parco giochi dei bambini e  viale della speranza  per gli innamorati. Una quotidianità allegra e disperata, che accetta il proprio destino come un’eredità. Ma un viaggio, almeno uno, fuori dall’isola, è importante. Poi si ritorna più convinti del proprio cammino. Persuasi della propria unica storia.img_0099