Un bilocale

Ecco, è quasi completato. Il trasferimento delle cose è compiuto. L’anima, quella, é rimasta indietro e non vuole saperne di raggiungere il nuovo indirizzo. Dicevo che non sarebbe stata la mia nuova casa ma soltanto un rifugio, una specie di tenda nomade a riparare dal vento che si rafforza, dal freddo duro dell’inverno che arriva. Ma anche questo progetto mi é sfuggito di mano e mi accorgo che invece non è precisamente ne l’una ne l’altre cosa. Assomiglia piuttosto ad un atelier del marchè Biron a Saint-Ouen , il mercato delle pulci di Parigi.
Le pareti in cartongesso, il soppalco: quinte di un palcoscenico senza attori ma con mobili veri, cose vere, accatastate in una e più vite passate, scomparse o che vanno scomparendo. Sono proprio le cose che conservano il loro spirito autonomo e che adesso stanno qui, poco convinte, in questo giardinetto dei ciliegi a sipario abbassato. Le cose ce l’hanno la loro anima, che è appunto la loro. Penso al museo dell’innocenza, di Pamuk,a Istambul ma in quella casa é ordine, catalogo e, lo ha detto L’autore collezionista, tutto è inventato, finto, anche se sembra vero. Alle pulci invece è tutto vero, anche quello che sembra finto. Le vedo uscire, dai pochi nascondigli, le vecchie proprietarie delle vetrine di Saint-Ouen, coloratissime e datate come i cimeli che vendono, truccatissime tenutarie di un cimitero, guardiane di lapidi in cerca di collocazione. Si burlano di me direbbe un tango in un altro mercato della nostalgia, quello domenicale di San Telmo, a Buenos Aires, dove giovani ballerini disegnano l’8 tra i rigattieri, dichiarando così la distanza tra i vivi e i morti.

Ma anche : -la vita è il naufragio dei nostri progetti.-

La tanto desiderata

La tanto desiderata

Hir’iela, la tanto desiderata, nell’immaginosa lingua oceanica del Madagascar, ha tre anni.
Dalle mille stirpi che l’hanno preceduta fino a sua madre, desiderata quanto lei, é uscita una dea indiana dagli enormi occhi neri, neri capelli e un volto perfetto e scuro e lucente e serio, consapevole suo malgrado.
La mamma appartiene alla nicchia minoritaria dei Merina degli altopiani, intellettuale e ,se non ricca, certo molto lontana dalla miseria condivisa dal 90 per cento del popolo malgascio.
Al ristorante dei viggiatori, seduti di fronte, parlo con la bella signora che va in missione professionale a Majunga. Dirigerà un’importante agenzia della Banca Africana.
Arrivate le patatine fritte, la bambina ne prende una ,la immerge nella salsa rossa, ci soffia un po’ sopra, la mette in bocca. Immediatamente,senza scomporsi, spalanca la bocca e la avvicina alla mamma che smette di parlarmi per soffiare sulla linga della bambina. La cosa si ripete più volte e al mio ridere stupito spiega che Hir’iela non ha pazienza e lei col suo soffio le raffredda la patatina già mezzo ingoiata. Sono cose tra madre e figlia asserisce sorridendo.
No, penso, sono cose da rondini, certo, anche da madri e figli, sono cose antiche, molto più lontane del millenario baobab lungo il mare. Sono cose che ridanno senso al nostro resistere. Misterioso, inspiegabile, ma un senso.
Le due molto desiderate aspettano e soffiano tenerezza e benessere senza , giustamente, prevedere avvenimenti nē ricordarne. Rondini felici in un cielo eterno. Come rondini, infatti, trillano per qualche minuto prima di addormentarsi abbracciate sui sedili posteriori della navette.