IL SANTO BEVITORE DI MORONDAVA

Ecco la possibile leggenda di un santo bevitore in Madagascar. lo incontro ad ogni mio viaggio, da una decina d’anni, immutabile, silenzioso e caparbio, in periferia o sulla spiaggia di Morondava. Ogni anno mi preparo a non vederlo piú e invece lo incontro ancora, uguale nei gesti, nel passo, nella quotidianità di un sacrificio al quale ha legato la propria vita. Nessuno ricorda il peccato che ritiene così d’ estinguere ma tutti sanno del rito che compie ogni giorno. Lascia la capanna a circa quindici chilometri dalla spiaggia, all’alba, carico di bottigliette riempite d’acqua dolce , arrivato al mare le vuota tutte tra le onde della risacca, poi le riempie pazientemente di sabbia e ritorna verso casa. Non parla con nessuno e nessuno gli parla. Simile ad un Sadu o semplicemente ad un pazzo. Ma dieci anni, migliaia di giorni consumati in questa -inutile?-, titanica fatica, mi sembrano molto degne del silenzioso rispetto della sua cittá.

Un bilocale

Ecco, è quasi completato. Il trasferimento delle cose è compiuto. L’anima, quella, é rimasta indietro e non vuole saperne di raggiungere il nuovo indirizzo. Dicevo che non sarebbe stata la mia nuova casa ma soltanto un rifugio, una specie di tenda nomade a riparare dal vento che si rafforza, dal freddo duro dell’inverno che arriva. Ma anche questo progetto mi é sfuggito di mano e mi accorgo che invece non è precisamente ne l’una ne l’altre cosa. Assomiglia piuttosto ad un atelier del marchè Biron a Saint-Ouen , il mercato delle pulci di Parigi.
Le pareti in cartongesso, il soppalco: quinte di un palcoscenico senza attori ma con mobili veri, cose vere, accatastate in una e più vite passate, scomparse o che vanno scomparendo. Sono proprio le cose che conservano il loro spirito autonomo e che adesso stanno qui, poco convinte, in questo giardinetto dei ciliegi a sipario abbassato. Le cose ce l’hanno la loro anima, che è appunto la loro. Penso al museo dell’innocenza, di Pamuk,a Istambul ma in quella casa é ordine, catalogo e, lo ha detto L’autore collezionista, tutto è inventato, finto, anche se sembra vero. Alle pulci invece è tutto vero, anche quello che sembra finto. Le vedo uscire, dai pochi nascondigli, le vecchie proprietarie delle vetrine di Saint-Ouen, coloratissime e datate come i cimeli che vendono, truccatissime tenutarie di un cimitero, guardiane di lapidi in cerca di collocazione. Si burlano di me direbbe un tango in un altro mercato della nostalgia, quello domenicale di San Telmo, a Buenos Aires, dove giovani ballerini disegnano l’8 tra i rigattieri, dichiarando così la distanza tra i vivi e i morti.

Ma anche : -la vita è il naufragio dei nostri progetti.-

Poisson = bon-bon

Da tempi immemorabili i bambini dei pescatori Veso del canale di Mozambico domandano ai pochi stranieri che incontrano sulla spiaggia un regalo. Si sono soprattutto abituati a dolci, caramelle, cioccolato. Ai “bon bon”.
La più giovane generazione, ho potuto verificare nelle scorse settimane, ha saputo trovare un modo più simpatico e antico nello stesso tempo, nel domandare.  Una fierezza particolare, una consapevolezza del proprio lavoro, della propria curiosità, del desiderio. I ragazzini che ho incontrato non chiedevano più un regalo né un dolcetto ma offrivano sorridendo un piccolo pesce, tolto dal fondo della propria piroga. Poisson-bon bon. Un pesce in cambio di un dolce, di un piccolo regalo. Uno scambio alla pari, in qualche modo, anche se a guadagnarci è ovviamente sempre il turista-viaggiatore. Si porta via un pesce, se lo desidera, ma soprattutto il sorriso e il grazie di un bambino, beni oramai introvabili alle nostre latitudini.img_1818

Emmène moi à Venise

Emmène moi à Venise. 

Portami a Venezia. Emilie me lo ha proposto subito, sorridendo, appena saputa la mia nazionalità. Una faccia bella, leale, empatica. Un umorismo leggero e una leggera amarezza. Lavora al ristorante della cugina. Ha quasi trent’anni e nella lotteria dei cuori – e soprattutto dei corpi – che si gioca in Madagascar, ancor più che altrove, il numero buono non è mai uscito per lei. Non lo ha incontrato lo straniero che l’avrebbe portata via.
“ Ho trent’ anni e non sono mai salita su un aereo, non ho mai lasciato l’Isola: portami a Venezia! ”. Rideva di me e di se stessa con una teatralità dai tempi giusti.
Me lo gridava come un’ironica supplica sporgendosi da un risciò, me lo sussurrava sorprendendomi in coda a uno sportello: “Portami a Venezia!”.
Eccola l’occasione per rimpiangere di non essere ricco. Allora sì, davvero, le avrei offerto il viaggio a Venezia. Mi avrebbe commosso il suo stupore di fronte alla grande, vetrificata bellezza della nostra città di mare. Sul mare proprio come la sua. 
So che dopo pochi giorni non avrebbe retto, che quella bellezza funebre non le avrebbe fatto dimenticare la scarmigliata vitalità, la luce tropicale e misteriosa del suo paese. La lunga spiaggia della sua città che tra mangrovia e rovinose alte maree è  parco giochi dei bambini e  viale della speranza  per gli innamorati. Una quotidianità allegra e disperata, che accetta il proprio destino come un’eredità. Ma un viaggio, almeno uno, fuori dall’isola, è importante. Poi si ritorna più convinti del proprio cammino. Persuasi della propria unica storia.img_0099

Spigolatrici di sabbia

img_1993Il miracolo di Tiberiade si rinnova ogni anno, quì, tra le acque calde di novembre, sul canale di Mozambico. Per qualche settimana le reti gettate la sera, dalla riva, dai pescatori Vezo si ritirano all’alba cariche di pesce.Le grida e le risate di gioia a sottolinearne l’abbondanza. Poi tutto tornerà come sempre. Per il resto dell’anno il pesce si cercherà lontano dalle coste, a rischio della vita, sulle fragili piroghe. Ma adesso la messe è talmente abbondante che il raccolto meno pregiato, i minuscoli pesci di pochi centimetri, tutti lische e squame, vengono abbandonati, sparsi sulla sabbia. Il sole forte li essicca in poche ore. Torneranno più tardi, forse, a riprenderseli, quelli che allevano un maiale. Sarà cibo per loro.
Ma la tradizione, come nei campi d’autunno, da noi, quando c’era ancora l’agricoltura, lascia, a chi ne ha bisogno, libertà di raccolta.
Nelle ore più calde del pomeriggio arrivano allora, sulla spiaggia bollente, giovani donne, con un figlio sulla schiena e un altro a spigolare con loro tra la sabbia calda. Cercano con le mani,raccolgono e sarchiano. Ogni tanto si fermano, bevono da una bottiglia che condividono, insistendo alla bocca del bambino più piccolo che sembra aver già accettato la durezza del Mondo e non strilla, non piange ma beve sorridendo dalle mani del fratello maggiore. Poi raccolgono quei simulacri di pesce che cuoceranno la sera col riso e mangeranno, evitando di ingoiare le lische pungenti di quel che resta delle miracolose settimane d’abbondanza.

La miseria e l’allegria

Una lunga striscia di zucchero grigio tra il verde sporco del mare e il cielo rosa azzurro del mattino.
Morondava. La vita come -festa in lacrime- trova qui una ancor più convinta declinazione.
Miseria e allegria; accettarla l’eredità, il regalo ,voluto o inconsapevole, della vita. La vita così come è senza aspettarsi
molto di più ma pronti a volere tutto e a perdere tutto. Se passeranno i banditi o un ciclone più violento. La follia dell’Africa e la compostezza mistica dell’Asia trovano comunque una arruffata sintesi nell’isola dalla terra rossa.
Ascoltare Eladia Blasquez cantare – honrar la vida- sulla musica di Piazzolla. Onorare la vita, dice,
non è semplicemente vivere. Ricordare ancora – il giro della prigione- di Yurcenar dove la prigione è la Terra intera. Drammatica e magnifica prigione di cui almeno conoscere il perimetro prima della definitiva e misteriosa libertá. Penso spesso che un viaggio in questo Paese dell’altro mondo
può essere un utilissimo viatico alla vita e alla tolleranza per un occidentale che fatica sempre più a definirsi e a leggere il Mondo.
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Regno animale

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Molto amato dai librai di Francia, “Regno animale” è il racconto del passaggio dall’agricoltura contadina a quella industriale. Detto così potrebbe anche essere un saggio di economia o di sociologia. Invece è scrittura, alta e poetica, è letteratura. Ci commuove sino alle lacrime. Condividiamo e comprendiamo, come storia anche personale, la miseria della nostra razza che, nell’ultimo secolo, non ha rivolto soltanto violenza a se stessa ma a tutte le forme viventi di nostra Madre Terra.

Certo che apparteniamo anche noi al regno animale ma, purtroppo, con un’intelligenza che si è allontanata da quella ancestrale legata alla legge biologica della sopravvivenza della razza e dell’equilibrio tra le specie.  Dal punto di vista zoologico, oggi, gli umani sarebbero da considerarsi malati gravi e in via di estinzione.

Agli inizi del secolo scorso sopravvivevano ancora gesti e segni di amore, quasi sensuale, verso la terra. I contadini la assaggiavano, masticavano a occhi chiusi la terra da seminare, la prendevano in mano e la sgretolavano piano piano tra le dita con struggente tenerezza. Si sapeva che era la terra che ci faceva e che ci dis-faceva.

Ora quasi tutto è perduto, se non la speranza di una rinnovata e più colta consapevolezza tra le giovani generazioni. Nell’odore acre di quel letame che qualcuno di noi ancora ricorda nelle corti delle case coloniche, nella miseria contadina, nella superstizione cieca e violenta resta, infatti, la purezza della giovane Eleonora del romanzo, diga contro la follia autodistruttiva degli uomini.

Soltanto una riappacificazione tra noi, gli animali e il regno vegetale potrà evitare il disastro. Fuori da questa Terra non ci sarà più la nostra storia. Sarà fantascienza. E la fantascienza, a differenza della letteratura, non mi appassiona.

La brezza triste di Garcia Lorca

Oziosissima e strana domanda d’autunno. Tuttavia mi perseguita da anni. Un mistero, un “triller” poetico, due volte tragico. La questione riguarda l’ultima strofa del poema di Garcia Lorca tra i più conosciuti: “Lamento per Ignacio Mejias”, più noto al pubblico come “Alle cinque della sera”. La lunga autunnale poesia-omaggio all’amico torero morto dopo giorni d’agonia senza l’aiuto, che sarebbe stato decisivo, della penicillina (non ancora scoperta).
C’è un legame con il viaggiare, con la stanchezza del fare e del disfare i bagagli, da una piazza all’altra, da un’arena all’altra. La vita di ogni artista è come quella di un qualunque viaggiatore. Un artista-torero come Ignacio alla fine della stagione, esausto, diviene più fragile e vulnerabile in faccia al mitico animale, complice-nemico.
Nel bellissimo “Un’estate pericolosa” di Ernest Hemingway, la fatica del viaggio sulle strade della Spagna degli Anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso per raggiungere le feste dei villaggi – le ferias – è resa con particolare emozione.

Ma ecco, tornando all’ultima strofa, che dopo il punto finale, con le parole che gemono, nell’omaggio all’amico Lorca, chiude ricordando “una brezza triste attraversare un oliveto”.
Qui è il mistero. Perchè mai, nel rivedere vivo Ignacio, camminare insieme a lui, sul terreno muschioso e tenero di un oliveto andaluso, Garcia Lorca sente la necessità di ricordare un vento triste, quasi una premonizione?

Nella grande poesia non si può pensare a una parola, a un aggettivo messi lì per far bella figura. In Lorca, ancor più, non c’è nulla di superfluo. Tutto qui.

Quella brezza triste rende ogni mio autunno un po’ più malinconico.img_0026

viaggio d’autunno

E’ con le belle, umide zucche gialle, per le prime minestre, che comincia l’autunno. E’qui che riprende il ciclo dell’anno, è adesso che il -tempo- di migrare- si fa urgente. Il nostro antico, segreto orologio, può farci sobbalzare come una sveglia o avvertirci soltanto con un distratto e inquieto malessere, ma qualcosa succede d’ autunno. Sempre. Per tutti. Finire e ricominciare ma senza la sicurezza trionfante d’aprile. Il ricominciare in ottobre è consapevole. Non sarà così per sempre.
Prendere la strada, o l’aereo, in autunno, è un atto riflessivo più che gioioso, non la -route des vacances- piuttosto quella della meditazione.
Sarà allora il bagaglio dell’apprendista ad essere preparato con cura, niente potrà essere dimenticato e niente di più dovrà appesantirlo. Se l’inverno ci sorprenderà prima del ritorno la leggerezza soltanto potrà permetterci di camminare fino alla luce di casa.img_1723

SAN GIROLAMO

Per tanti anni, tutti quelli della fanciullezza, 2016-09-20-photo-00000022san Girolamo non ha rappresentato che la strana e ricorrente passeggiata di mia madre. Soprattutto agli inizi di febbraio era quello l’appuntamento importante. Non c’erano scuse. Lei con le amiche, con le zie doveva andare a San Girolamo. Per molto tempo, dunque, è stata per me una località, un luogo e non un Santo. Una specie di montagna sacra, non lontana da Lecco, dove la mamma andava per salire scale, in ginocchio. Tornava la sera, contenta e con piccoli regali comperati alla festa. Penitenza e allegria. San Girolamo è rimasto incredibilmente così-fermo, legato ad un ricordo infantile. Fino a poche settimane fa quando un incontro
, come sempre, ha cambiato le cose.
Con Padre Livio, l’attuale grande animatore (se posso usare questo termine forse troppo teatrale) del Monastero e dei luoghi di questa bella frazione del lecchese che ha dato il nome ai Padri Somaschi e, di conseguenza, lo ha seminato nel Mondo. Padre Livio mi ha rivelato la storia affascinante e tremendamente attuale di Girolamo Miani. Non posso che inchinarmi commosso al ricordo di mia mamma accompagnata dalla sua di mamma, agli inizi del secolo scorso, e insieme a loro ,nel tempo, alle altre migliaia di donne che hanno salito in ginocchio, in penitenza quei difficili gradini di roccia viva fin su alla grotta del Santo. Io non ho quella fede capace di credere al miracolo della sorgente o delle catene spezzate se non nella visione metaforica o allegorica. Il rispetto, invece, per il percorso di quell’uomo del 600 l’ho avvertito tutto. Probabilmente Alessandro Manzoni pensò a lui per il personaggio di Fra Cristoforo e ai suoi luoghi per il castello dell ‘Innominato. San Girolamo, che rimase laico per tutta la sua vita, è oggi Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. Anche di quella gioventù e di quella fanciullezza che oggi in Siria sceglie il suicidio non potendo più sopportare il massacro.In questo momento storico è forse ancora più grave la responsabilità dell’impegno alla protezione dei minori abbandonati, persi… Talmente grave che sono davvero pochi e per ciò santi, coloro che lo fanno. I padri Somaschi scelgono questo carico in nome e in ricordo di quel Girolamo, ex valoroso e duro soldato veneto, che arrivato a Somasca con i suoi orfani straccioni ne viene allontanato e con loro si rifugia sù, in alto, tra le rocce e le grotte. Non lo accettarono allora come ,probabilmente, non accetterebbero nemmeno ora, uno così.
Ma oggi come a quel tempo, Girolamo Emiliani, rappresenterebbe ancora quella necessaria goccia di pietà che impedisce al mondo intero di trasformarsi in deserto.