Omaggio au petit cheval blanc

Gregau

La paura del fango e dell’acqua alta nello stagno de la terre brulèe. I tori caricavano sommersi nel liquido grigio, denso e  io scappavo. Correvo senza speranza.
La notte finirà così, svegliato da quel sogno e da quella paura che avevo già conosciuto.
Ho saputo più tardi la morte di Gregau, Grecale, il mio vecchio cavallo. Il regalo bello della mia giovinezza. “Le petit cheval blanc” correva spesso davanti a tutti, proprio come cantava Brassens. Attraverso Gregau  ho imparato il maestrale, le gradazioni del vento, la consistenza di quella terra umida che è la Camargue. Mi ha insegnato la Provenza e quel poco di gioia che so. Con la voce e un cavallo puoi far muovere cento tori tra le invisibili mura del labirinto di acque. Animale ti espandi tu stesso, galoppando sul terreno fradicio, ricordi che non possono essere i tuoi ti insegnano a far bene il mestiere antico del pastore.
Quel mattino lontano Gregau si fermò sulla riva della laguna a masticare bambù. Io invece, steso nel muschio, guardavo la  mandria di piccole nuvole bianche. L’ombra e la luce passavano sui nostri corpi diversi. Come scovarli i tori di morte nascosti nel labirinto blu di quel cielo? Forse è quell’incontro che mi ha svegliato nella notte. Misteriosi legami, ricordi ineguali tra creature diverse. Chissà?

“Il est mort sans voir le beau temps
Qu’il avait donc du courage
Il est mort sans voir le printemps
Ni derrière ni devant.”

Eppure, Gregau,… ne abbiamo corse molte, insieme, di primavere.