La strada

Uscito una decina di anni fa, “La strada” di McCarthy Cormac, diventato successivamente anche film, prevedeva già un terribile futuro prossimo per l’uomo e per il Mondo. Preannunciava, soprattutto, la scomparsa definitiva delle divisioni: fossero esse per ideologia politica, per razza e per censo. Nel prossimo futuro globale, scriveva McCarthy, gli uomini si divideranno ‘semplicemente’ tra buoni e cattivi.
Come accade spesso, gli scrittori e i poeti sono quelli che hanno ragione, che ‘vedono’ con un po’ di anticipo. Infatti, quasi, ci siamo.
In queste tristi settimane europee, dove sono milioni gli uomini in marcia ‘sulla strada’, spesso con un bambino per mano, e dove l’odio e la pietà, la misericordia e la ragioneria, l’empatia e l’antipatia tornano a essere i sentimenti dominanti, è utile semplificare i concetti.
Si ascoltano discorsi e dichiarazioni d’intenti, pro o contro l’accoglienza, i respingimenti o i campi di concentrazione… discorsi e dichiarazioni d’intenti che spesso, molto spesso, trovano in accordo uomini politici di opposti o comunque lontani schieramenti: ex comunisti con neo-fascisti, conservatori con progressisti, per non parlare della ‘confusione’ nel vasto campo dei cattolici-cristiani.
Ecco allora che, dal nostro piccolo, viene un altro aiuto alla semplificazione. L’oramai svalutato neologismo italiano di ‘buonista’ va invece nella direzione giusta, eliminando la connotazione negativa, ovviamente. Ci sono i buoni, con le loro storie personali diverse e variegate, gli empatici, gli uomini per i quali gli altri sono prima di tutto dei simili e non dei nemici. E poi ci sono gli altri. Ma attenzione: come ci racconta McCarty non è che i buoni non sappiano usare la forza e le armi, i pugni e le sberle. I ‘buoni’ non sono affatto ‘pacifisti’.images-1

La prateria

Eppure l’ho indicata una prateria, a qualcuno. Con la mano. E poi un orizzonte verde-blu, all’alba della giovinezza. Più tardi, ancora, uno stagno luccicante e stormi di grandi uccelli rosa e finalmente il mare. Ma hanno guardato la mia mano già macchiata di sole e rosicchiata dall’inquietudine. Non l’hanno creduta. Così ho dubitato anch’io, non ho saputo arrivare fino in fondo. Ma oggi sono certo di averla vista la grande prateria.
L’estate, quando si è giovani, può insegnare la libertà che è difficile e dura quanto la solitudine, lucida come una ferita. Ma solo quello è il tempo per impararla.images

Male d’Agosto – pensiero d’estate.

Il male d’agosto, ne parla Guido Ceronetti nell’ultimo suo ”Tragico tascabile”, è più profondo, è più nero, ma è anche più esibito e quindi facile da identificare. Agosto, il più crudele dei mesi, ammicca Ceronetti, rievocando la simpatica frescura di “Azzurro” quando era ancora possibile prendersi un treno dal biglietto poco costoso e tornarsene a casa. Quasi-quasi.
Oggi i biglietti dei treni sono più cari dei biglietti aerei e se si torna a casa di azzurro non ce n’è più tanto da nessuna parte. E’ forse per questa predisposizione maligna che proprio nelle ultime settimane si è fatto più assordante e più duro il cosiddetto dibattito sull’accoglienza, sui migranti, su quel che è male e quel che è bene..E’ in queste settimane che l’orribile neologismo italiano di “buonista” ha assunto caratteristiche di insulto grave e di identificazione politica. E, appunto, nel mese del male che tutto quello che potrebbe non essere abbastanza – cattivo- viene indicato al pubblico disprezzo. Che in uno Stato sfasciato come il nostro la questione, sempre più complessa ed esplosiva della migrazione abbia risposte burocratico-amministrative contraddittorie ed inadeguate non stupisce nessuno. Stupefacente è invece la  mobilitazione nei confronti della miseria e del dolore e non per una risposta finalmente equilibrata ed efficace da parte dei costosissimi Organismi nazionali ed internazionali. Ma così va il Mondo e così.. è sempre andato..
Intanto, ai “buoni”, che resistono, non resta allora che sperare in settembre. Il conosciutissimo verso : “andiamo è tempo di migrare” potrebbe, chissà, mostrare in una luce diversa, più lunga, la gente delle barche e anche indicare a noi stanziali la necessità di muoverci, almeno con le idee.

Itaca impossibile

I luoghi, ancor più che le persone, sono divenuti, in cinquant’anni, irrimediabilmente altri, irriconoscibili. Trattengono giusto un segno, un colore, un angolo. Solo il pallido ricordo di com’erano prima. Malgrado la nostra voglia di leggerezza, dobbiamo ammettere che la guerra delcemento è stata stravinta, nel Mondo intero, dai cosiddetti costruttori. E’ il pesantissimo cemento-armato che, con le auto, ha infestato e cambiato grand parte di quel paesaggio che è stato il nostro, quello dell’infanzia e della giovinezza. E’ così per l’Umanità della mia generazione, in qualunque città del Mondo, in qualunque villaggio. Non c’è possibilità di un ritorno, non c’è Itaca che tenga. Quasi nulla è riconoscibile. Ancora peggio è verificare come non si tratti di screpolature, di segni del tempo, dell’invecchiamento naturale degli edifici, dell’erosione di una spiaggia, della devastazione dovuta a un nubifragio su una collina, al terremoto. No, davanti a noi, smarriti, tutto è nuovo fiammante, è “appena nato”: dove una spiaggia un porto, dove la collina tante allegre villette che la ricordano soltanto nel nome dell’insediamento: “la collina”, appunto. Invecchiare senza rimandi condivisi, senza riconoscere i luoghi significa anche dire che i luoghi stessi non ci riconoscono. Mi pare sia, questa, un’inedita pena supplementare che la mia generazione ha voluto e, in qualche modo, ha meritato.