NAPLES SHAKESPEARIENNE

Contrairement à ce que quelqu’un a soutenu, il est, certainement, improbable que le mystérieux et indétrônable Shakespeare soit né à Naples. Néanmoins Naples est, sans aucun doute, la ville la plus shakespearienne de toutes les villes du monde. C’est un véritable théâtre avec sa scène et sa musique; le soir on peut , encore voir les fantômes des grands acteurs napolitains vous saluer desbalcons de la rue Toledo.

Ce sont des illusions , la véritable Naples est faite des rêves dont nous sommes faits comme dans ” LA TEMPETE ” . Se fuir soi-même pour pouvoir , enfin, retrouver son soi profond, dans un jeu de miroir et de reflet, pour le plaisir d’être dans ce centre parthenopéen qui par sa grandeur, sa beauté, sa tragédie est le symbole de la scène du monde.

imagesA cette occasion, pour la première fois,j’ai cru rencontrer les fantômes et les illusions de ma propre vie. Dans les ruelles du centre historique, au milieu des statues de carton-pâte des personnages représentés, pour l’éternité, dans le musée de cire. Dans les rues escarpées des quartiers espagnols, où personne ne joue un rôle et de ce fait est vraiment sincère.

La Sirène revient chaque soir consoler, faire son tour et nous “assonnare”.

Et puis Valeria est là, avec sa voix de garçon,Valeria se promène et s’amuse avec son taxi blanc, comme une petite fille avec sa toupie. Elle vit sa ville, elle en ressent toutes les vibrations dans son corps et son âme. Malgré son jeune age, Valeria semble connaitre toutes les couleurs et les nuances du golfe. Valeria est née, très très longtemps après ma première et incomplète découverte de Naples, c’est la rencontre que j’aurais voulu faire alors. Elle rit avec toute la vérité de sa jeunesse et elle perçoit la consistance dont est fait mon rêve, maintenant, épuisé.

Sakamanga-il gatto blu di Tananarive

Inviato da iPadBordello tra i più equivoci della Grande Isola alla fine
degli anni ottanta, a due passi dallo Zum , l’enorme e il piú sordido
mercato dell’ Oceano indiano. Questa la carta d’identità dell’immobile
fatiscente che sarebbe diventato in meno di trent’d’anni l’oramai
celebrato Hotel Sakamanga. Questa bella avventura commerciale di
successo ha avuto per protagonisti due europei della generazione dove
l’immaginazione aveva ancora speranza di un qualche potere. Uno dei due
era lecchese. Peppo, che é , a piú di dieci anni dalla morte, ancora un
vivo riferimento in molti residenti stranieri e in non pochi malgasci
della mia generazione. Pioniere del turismo in Madagascar ha condivisio
la visione di Patrice , “il patron”del gatto blu. Un museo, un ordinato
e appassinato catalogo del recente passato naturale e antropologico di
questo tempio della biodiversità é visibile nelle vetrine della
recepion, è arredamento nelle stanze, é segnalato nel giardino
tropicale.Nel labirinto profumato di palissandro e vaniglia delle scale
e dei corridoi di questo hotel d’eccezione il gusto della accoglienza e
dell’armonia diviene quasi unicitá in un Paese complicatissimo come lo é
Madagascar. Nell ‘eccellente ristorante , una mostra permanente delle
piú belle fotografie in bianco e nero della cittá, della foresta e delle
coste dell’ ” Isola rossa” che non sfugge, haimé, all’inesorabile
saccheggio della natura e della bellezza. Che ci sia stato anche un
lecchese ,innamorato del Madagascar, a battersi per difenderlo e
conservarlo , a me, ospite abituale del gatto blu, fornisce un certo
orgoglio.

Il canto e il tempo

Ecco come il Tempo diventava sensato, ti persuadeva, te ne facevi una ragione. Era il canto, ancora più forte del suono. Cominciava con le armonie delle ninna-nanne e poi continuava, con i rintocchi delle campane. Nel mondo dell’Islam sono i muezzin che scandiscono il giorno e poi la notte. Oggi, in quest’alba senza campane e senza canti, avverto la mancanza delle loro rassicuranti monotonie, dei rintocchi, di quelle più recenti, dei minareti. Senza voci e senza suoni, il nostro tempo ritorna selvaggio.

La paura e la Parola

Nell’ottimo saggio di Massimo Recalcati “Il complesso di Telemaco” s’incontra una nota che, a me pare, rappresenti quanto di meglio sia stato detto intorno al -celebre caso- d’attualità.

… In questo senso la villa di Salò (le 120 giornate del film di Pasolini) ricorda quella – assai più farsesca, sebbene non meno tragica – di Arcore nei suoi anni più “gloriosi”; in entrambi i casi sulla scena non è tanto la fantasia pervertita dei suoi attori (quale fantasia sessuale non lo è?), nè la dimensione erotica del desiderio, ma il terrore del “padrone” di fronte alla verifica dei propri limiti, al crollo dell’illusione del proprio fantasma di autogenerazione, alla imminenza sovrastante della propria morte. Si tratta allora di mostrare lo smerdamento dell’ideale, la riduzione di ogni ideale a puro sembiante, per affermare che la sola cosa eterna, la sola Cosa che conta, la sola legge capace di scongiurare l’inevitabilità della morte è la “volontà di godimento”.

L’amour ne dure que trois ans

Tratto dal libro del bravo e antipatico BEIGBEDER, che ne è anche il regista, è un film di notevole intelligenza e di sicuro divertimento. Se vi capita di viaggiare in queste settimane in Francia non perdetevelo.

Ritorno alla Poncia

Non tornavo lì da almeno vent’anni.

L’odore dell’erba tagliata di maggio, del fango e del fieno sono diversi dal ricordo. L’ombra verde che avvolgeva tutta l’area costruita è oggi più intensa, più profonda. Forse le lunghe piogge di primavera hanno raddoppiato i rami, le foglie e i rampicanti. Così la Casa con la sala del camino, aperta come allora, sul giardino arruffato è ancora più buia e inquieta . Quasi un sapore di muffa fredda e di pioggia scende dalle scale che portavano alla sala da pranzo e alla cucina.

Molti, moltissimi i cavalli, silenziosi come sono loro, come prede. Pochi gli uomini , zitti con le zucche del mate, sotto le volte altissime del fienile, della scuderia. Un pezzo di Argentina, di Pampa umida, a pochi chilometri da casa. Ma l’Argentina è mai stata lontana per un italiano? La domanda però non è questa. La domanda è monotona, quella di sempre : cosa resta di un luogo a lungo amato e abitato, di un luogo-eppure intatto-nell’involucro esterno. Resta appunto l’involucro esterno. Solo i fantasmi delle voci, il tuo stesso fantasma, come nei tanghi di Piazzolla, tornano nei quartieri della memoria senza trovare più nulla se non luoghi frequentati da estranei.Le cavalle ,dai nomi americani, mi hanno consolato, come lo spazio aperto sulle montagne e il vento leggero e fresco.

Il -pratone- lungo e ora ben curato, il fossato fangoso dove una “baietta” chiara mi scaraventò ,con profonda allegria, insegnandomi la gioia e la brevità. La puledra di allora aspettò che rimontassi, sporco di fango,modesto e dolorante, disarcionato.

Ora non potrei più cadere così, e la cavalla di oggi mi sembra comprensiva anche se meno adolescente.

Chissa? quelle parole ,quelle voci, i nomi : Agnese , Ida; Aldo sta falciando il fieno giù in fondo, Fausto deve rinchiudere “caianello”. Sono state dette per sempre in quei pomeriggi , in quelle sere lontane d’estate.

Oggi è il silenzio, appena increspato dal poco di ghiaia rimasta, e l’ombra è più fitta.

E’ il monumentale della mia giovinezza.

MEKNES-RICORDO E UN INCHINO.

La straordinaria prospettiva che dai giardini del TRANSA’ portava alla vallata e alla medina la rivedo ora nel silenzio muto del ricordo. Quei minareti ,quei muri rossi d’argilla ,non potevano reggere a giorni e notti di pioggia. Leggeri come la cultura nomade che li aveva pensati.

Era dalla medina sottostante , gialla  e bianca, che si estendeva ,alle 5 del mattino, il modulare lento e forte , il silenzioso canto dei tanti minareti ,a ricordarmi la morte che è l’altra faccia di Dio.

Meknès ,mia altra città, dove ho amato e mi sono annoiato , come nella mia.