La miseria e l’allegria

Una lunga striscia di zucchero grigio tra il verde sporco del mare e il cielo rosa azzurro del mattino.
Morondava. La vita come -festa in lacrime- trova qui una ancor più convinta declinazione.
Miseria e allegria; accettarla l’eredità, il regalo ,voluto o inconsapevole, della vita. La vita così come è senza aspettarsi
molto di più ma pronti a volere tutto e a perdere tutto. Se passeranno i banditi o un ciclone più violento. La follia dell’Africa e la compostezza mistica dell’Asia trovano comunque una arruffata sintesi nell’isola dalla terra rossa.
Ascoltare Eladia Blasquez cantare – honrar la vida- sulla musica di Piazzolla. Onorare la vita, dice,
non è semplicemente vivere. Ricordare ancora – il giro della prigione- di Yurcenar dove la prigione è la Terra intera. Drammatica e magnifica prigione di cui almeno conoscere il perimetro prima della definitiva e misteriosa libertá. Penso spesso che un viaggio in questo Paese dell’altro mondo
può essere un utilissimo viatico alla vita e alla tolleranza per un occidentale che fatica sempre più a definirsi e a leggere il Mondo.
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Regno animale

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Molto amato dai librai di Francia, “Regno animale” è il racconto del passaggio dall’agricoltura contadina a quella industriale. Detto così potrebbe anche essere un saggio di economia o di sociologia. Invece è scrittura, alta e poetica, è letteratura. Ci commuove sino alle lacrime. Condividiamo e comprendiamo, come storia anche personale, la miseria della nostra razza che, nell’ultimo secolo, non ha rivolto soltanto violenza a se stessa ma a tutte le forme viventi di nostra Madre Terra.

Certo che apparteniamo anche noi al regno animale ma, purtroppo, con un’intelligenza che si è allontanata da quella ancestrale legata alla legge biologica della sopravvivenza della razza e dell’equilibrio tra le specie.  Dal punto di vista zoologico, oggi, gli umani sarebbero da considerarsi malati gravi e in via di estinzione.

Agli inizi del secolo scorso sopravvivevano ancora gesti e segni di amore, quasi sensuale, verso la terra. I contadini la assaggiavano, masticavano a occhi chiusi la terra da seminare, la prendevano in mano e la sgretolavano piano piano tra le dita con struggente tenerezza. Si sapeva che era la terra che ci faceva e che ci dis-faceva.

Ora quasi tutto è perduto, se non la speranza di una rinnovata e più colta consapevolezza tra le giovani generazioni. Nell’odore acre di quel letame che qualcuno di noi ancora ricorda nelle corti delle case coloniche, nella miseria contadina, nella superstizione cieca e violenta resta, infatti, la purezza della giovane Eleonora del romanzo, diga contro la follia autodistruttiva degli uomini.

Soltanto una riappacificazione tra noi, gli animali e il regno vegetale potrà evitare il disastro. Fuori da questa Terra non ci sarà più la nostra storia. Sarà fantascienza. E la fantascienza, a differenza della letteratura, non mi appassiona.

La brezza triste di Garcia Lorca

Oziosissima e strana domanda d’autunno. Tuttavia mi perseguita da anni. Un mistero, un “triller” poetico, due volte tragico. La questione riguarda l’ultima strofa del poema di Garcia Lorca tra i più conosciuti: “Lamento per Ignacio Mejias”, più noto al pubblico come “Alle cinque della sera”. La lunga autunnale poesia-omaggio all’amico torero morto dopo giorni d’agonia senza l’aiuto, che sarebbe stato decisivo, della penicillina (non ancora scoperta).
C’è un legame con il viaggiare, con la stanchezza del fare e del disfare i bagagli, da una piazza all’altra, da un’arena all’altra. La vita di ogni artista è come quella di un qualunque viaggiatore. Un artista-torero come Ignacio alla fine della stagione, esausto, diviene più fragile e vulnerabile in faccia al mitico animale, complice-nemico.
Nel bellissimo “Un’estate pericolosa” di Ernest Hemingway, la fatica del viaggio sulle strade della Spagna degli Anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso per raggiungere le feste dei villaggi – le ferias – è resa con particolare emozione.

Ma ecco, tornando all’ultima strofa, che dopo il punto finale, con le parole che gemono, nell’omaggio all’amico Lorca, chiude ricordando “una brezza triste attraversare un oliveto”.
Qui è il mistero. Perchè mai, nel rivedere vivo Ignacio, camminare insieme a lui, sul terreno muschioso e tenero di un oliveto andaluso, Garcia Lorca sente la necessità di ricordare un vento triste, quasi una premonizione?

Nella grande poesia non si può pensare a una parola, a un aggettivo messi lì per far bella figura. In Lorca, ancor più, non c’è nulla di superfluo. Tutto qui.

Quella brezza triste rende ogni mio autunno un po’ più malinconico.img_0026

viaggio d’autunno

E’ con le belle, umide zucche gialle, per le prime minestre, che comincia l’autunno. E’qui che riprende il ciclo dell’anno, è adesso che il -tempo- di migrare- si fa urgente. Il nostro antico, segreto orologio, può farci sobbalzare come una sveglia o avvertirci soltanto con un distratto e inquieto malessere, ma qualcosa succede d’ autunno. Sempre. Per tutti. Finire e ricominciare ma senza la sicurezza trionfante d’aprile. Il ricominciare in ottobre è consapevole. Non sarà così per sempre.
Prendere la strada, o l’aereo, in autunno, è un atto riflessivo più che gioioso, non la -route des vacances- piuttosto quella della meditazione.
Sarà allora il bagaglio dell’apprendista ad essere preparato con cura, niente potrà essere dimenticato e niente di più dovrà appesantirlo. Se l’inverno ci sorprenderà prima del ritorno la leggerezza soltanto potrà permetterci di camminare fino alla luce di casa.img_1723

SAN GIROLAMO

Per tanti anni, tutti quelli della fanciullezza, 2016-09-20-photo-00000022san Girolamo non ha rappresentato che la strana e ricorrente passeggiata di mia madre. Soprattutto agli inizi di febbraio era quello l’appuntamento importante. Non c’erano scuse. Lei con le amiche, con le zie doveva andare a San Girolamo. Per molto tempo, dunque, è stata per me una località, un luogo e non un Santo. Una specie di montagna sacra, non lontana da Lecco, dove la mamma andava per salire scale, in ginocchio. Tornava la sera, contenta e con piccoli regali comperati alla festa. Penitenza e allegria. San Girolamo è rimasto incredibilmente così-fermo, legato ad un ricordo infantile. Fino a poche settimane fa quando un incontro
, come sempre, ha cambiato le cose.
Con Padre Livio, l’attuale grande animatore (se posso usare questo termine forse troppo teatrale) del Monastero e dei luoghi di questa bella frazione del lecchese che ha dato il nome ai Padri Somaschi e, di conseguenza, lo ha seminato nel Mondo. Padre Livio mi ha rivelato la storia affascinante e tremendamente attuale di Girolamo Miani. Non posso che inchinarmi commosso al ricordo di mia mamma accompagnata dalla sua di mamma, agli inizi del secolo scorso, e insieme a loro ,nel tempo, alle altre migliaia di donne che hanno salito in ginocchio, in penitenza quei difficili gradini di roccia viva fin su alla grotta del Santo. Io non ho quella fede capace di credere al miracolo della sorgente o delle catene spezzate se non nella visione metaforica o allegorica. Il rispetto, invece, per il percorso di quell’uomo del 600 l’ho avvertito tutto. Probabilmente Alessandro Manzoni pensò a lui per il personaggio di Fra Cristoforo e ai suoi luoghi per il castello dell ‘Innominato. San Girolamo, che rimase laico per tutta la sua vita, è oggi Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata. Anche di quella gioventù e di quella fanciullezza che oggi in Siria sceglie il suicidio non potendo più sopportare il massacro.In questo momento storico è forse ancora più grave la responsabilità dell’impegno alla protezione dei minori abbandonati, persi… Talmente grave che sono davvero pochi e per ciò santi, coloro che lo fanno. I padri Somaschi scelgono questo carico in nome e in ricordo di quel Girolamo, ex valoroso e duro soldato veneto, che arrivato a Somasca con i suoi orfani straccioni ne viene allontanato e con loro si rifugia sù, in alto, tra le rocce e le grotte. Non lo accettarono allora come ,probabilmente, non accetterebbero nemmeno ora, uno così.
Ma oggi come a quel tempo, Girolamo Emiliani, rappresenterebbe ancora quella necessaria goccia di pietà che impedisce al mondo intero di trasformarsi in deserto.

Tango a Medellin

Il coprifuoco da mezzanotte all’alba. A Medellin era ancora vivo e potente l’ex lattaio Pablo Escobar.

Ma fino a Mezzanotte si poteva attraversare la città nel tepore dolce di una primavera senza fine. Profumo di frangipane e dedicate serenate ad ogni angolo di quartiere. Appoggiati a un derelitto taxi giallo e nero noi tre lo ascoltavamo.
Era un omino grigio e liso, rattoppato come la chitarra che suonava, per qualche pesos, finalmente un tango.
Domandammo una canzone e lui per soldi ma con sentimento, claro !, si ruppe la voce su “Anclao en Paris”.
Noi contenti ascoltavamo soltanto lui , distinto da tutta la musica sferragliante del Caribe che usciva dai tanti locali della  Carrera 70.
Così come un viaggio, come una nostalgia, sogni dolciastri come manghi maturi mi presero insieme; in quella sera di festa, su quella strada tanto irreale da sembrare sollevata, quasi nuvola. La nuvola della musica, dei ricordi e dei singhiozzi di tutta la Latino-America. Ageografico itinerario. Via dei canti di uno straordinario Continente che dall’Europa sembra non staccarsi del tutto ma che non potrebbe più vivere senza lo zucchero e il sole e le donne colorate, senza le strade con il mare in fondo, l’oro, la gloria e la polvere da sparo. Noi tre non più “inchiodati a Parigi” ma liberi, tra musiche diverse, di sognare viaggi infiniti nel continente del sole. Il Cantore si inchinò, guardò in alto verso la luna piena, verso Gardel che ritornava, per sempre, dal suo ultimo Medellin a Buenos Aires.img_2756

Letture d’estate

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Con la “scuola cattolica” di Albinati, premio Strega 2016, ho iniziato l’estate. Il ponderoso romanzo è in realtà, soprattutto, un saggio filosofico di un epoca italiana, la mia stessa. Milleduecentopagine, che penso mi accompagneranno fino all’autunno. Pensieri importanti e in qualche caso esaustivi sulla borghesia romana degli anni settanta e poi pagine di lucido e terribile approfondimento su quello che fu il fatto di cronaca emblematico per quelli anni e per quell’ambiente: il delitto del Circeo…”per brevità DdC”. Quasi incitato dai temi della scuola cattolica ho poi letto: “Dolore” dell’israeliana Zeruya Shalev. Dove si interferiscono il dolore fisico (quello di un corpo dilaniato da un attentato suicida) e quello morale della mancanza di senso. Shalev è una scrittrice ebrea meno conosciuta dei suoi colleghi tradotti e amati in Italia ma assolutamente alla stessa altezza per scrittura ed argomenti.
Da ultimo, accettando il consiglio di una amica lettrice francese, un libro di Jean-Luc Seigle non ancora tradotto ma il cui titolo mi ha personalmente interpellato : “ invecchiando gli uomini piangono” . E vi è certamente da piangere per tutte le bugie che il Potere racconta alla gente e per la gente che, pur sapendo che sono bugie ha perduto la voglia e la speranza della verità.
Letture non particolarmente gioiose ma che mi sono sembrate e continuano a sembrarmi molto in accordo con la cronaca del Mondo e, in fondo, con la nostra personale biografia.

Agosto 1968. Ricordo di un inverno.

Tiepide notti d’agosto e, nel ricordo, tunichette bianche danzavano. I capelli biondi e gli occhi azzurri delle giovani cecoslovacche del corpo di ballo di Bratislava e di Praga. I musicisti diretti da un famoso direttore che nell’estate 1968, di casa sul nostro lago e nella nostra città, riempivano di musica, di canti e di balli quelle sere lontane. Una lunga storia di contattati e di amicizia tra il direttore dell’Azienda di Turismo lecchese d’allora, Giacomo De Santis, e gli intellettuali, i musicisti, gli scrittori, i cantanti della “Primavera”.
Diciottenne, io ero un volontario, con qualche altro studente. Ho vissuto quelle settimane a supporto dell’allegra e confusa logistica dell’accoglienza. Si pranzava alla mensa delle ACLI, a volte si cenava, dopo il concerto, al ristorante dell’Hotel Croce di Malta oppure all’aperto o agli “Alberi”. Parlavamo con quel po’ di francese o d’inglese che sapevamo noi, e che i giovani cecoslovacchi conoscevano invece molto meglio, e con qualche parola d’italiano, che loro già cominciavano a capire e a parlare. Non di politica, certo, i commissari che accompagnavano la trasferta erano tanti e molto attenti… Parlavamo di libri, di cinema, di musica, parlavamo delle vacanze che avremmo voluto fare, di città da visitare… di vestiti che avrebbero voluto comprare. Li accompagnavamo a piedi a visitare la piazzetta di Pescarenico, il lungolago. Poi venne la mattina del 23 agosto. Mi telefonò De Santis facendomi fretta, era successo un brutto guaio, i nostri amici dovevano anticipare la partenza. Scesi di corsa in piazza degli Affari dove era allestito il palco a fianco dei parcheggi per i loro vecchi pullman. C’era molto disordine, gli strumenti caricati di furia, le ballerine che si abbracciavano tra loro singhiozzando, i vestitini bianchi macchiati di lacrime: l’invasione sovietica era realtà. I carri armati entravano a Praga e a Bratislava. I commissari dalle facce pallide e dure accelleravano. Ricordo il congedo col violinista con il quale avevo condiviso il pranzo il giorno prima e poi l’abbraccio con una ragazza tanto bella da far male. Indimenticabile il pianto e quasi il grido di Edith, la prima ballerina seduta scarmigliata sui gradini del ristorante Oreste. Più tardi alcune cartoline, in bianco e nero, piene d’inverno. Più tardi, forse proprio in ricordo di quell’agosto, a Lecco si tenne una delle pochissime manifestazioni pubbliche in memoriam di Jan Palach, il giovane eroe immolatosi a Praga per la libertà. Ma quella mattina fu un momento di svolta, un brivido freddo. La prima consapevolezza di quanto difficile sia trasformare un inverno in primavera, di quanto duro sia il potere e, invece, di quanto siano fragili la felicità, la bellezza, la giovinezza. E, pure, di quanto necessaria sia la speranza.-1

Due ragazze e un cagnolino

IMG_0158Prologo: rare contingenze mi fanno utilizzatore dei mezzi pubblici di Lecco. Eppure lo so, eccome, che per conoscere una città, un luogo, la sua gente, è necessario usare i trasporti in comune. Ma Lecco la conosco a memoria, da quando ci sono nato, non vedo più niente, non guardo che le montagne attorno e, a volte, il lago.

Due ragazze e un cagnolino

E’ salita in fretta, con quella luce negli occhi che, a volte, hanno gli adolescenti. Ha rivolto silenziosi e misteriosi ordini al suo piccolo cane bianco a chiazze marroni che, con educazione quasi circense, saltato sul podio del sedile, si accoccolava ai suoi piedi, gli occhi pieni di quell’amore che, a volte, hanno i piccoli cani. Armeggiava intanto con una specie di fazzolettino nero traforato attorno al collo dell’animale, accarezzandolo e bisbigliando. Il suo ingresso sulla piattaforma dell’autobus n° 8, circolare sinistra, nel “cassone” grigio e caldo di una domenica di luglio, è stato una sferzata di vita vera, di speranza, quasi di gioia, a riscattare l’inedia ingloriosa degli altri quattro “viaggiatori” presenti, più un mentecatto con gli auricolari e me stesso naturalmente, riparato e protetto da una parete opaca di vetro-plastica.
La ritrovata, precaria armonia del Mondo è andata subito in pezzi con l’ordine gridato dall’autista: “O la metti subito, sta’ museruola, o scendi”. Ecco cos’era quella cosa che a me pareva un fazzoletto.
La durezza inflessibile delle regole. Lei è rimasta molto male per quell’urlo e la luce del suo sguardo si è spenta. Ha messo la museruola che il cane voleva togliersi con le zampe. Ho cercato di sorridere solidale al cane, non certo alla ragazzina. Nel Mondo così com’è avrei rischiato inqualificabili sospetti. Lei invece ha cercato un po’ di comprensione femminile, o animalista, in una giovane donna seduta dall’altro lato. Le ha spiegato che lo aveva raccolto lei il trovatello, che era buonissimo e non avrebbe morsicato neppure un coniglio. La donna l’ha guardata con il disprezzo concesso a un rifiuto; i suoi inutili occhi azzurri non hanno degnato il cane e si sono rivolti invece al finestrino mentre, con le mani, si lisciava gli inutili capelli biondi. Ho visto allora un’altra mano, scuretta, allungarsi da dietro ad accarezzare il pelo bianco e marrone e poi la spalla della ragazza. Non l’avevo notata salire la sua amichetta, coetanea e mulatta. Nessuno dei tre ha retto molto al minaccioso ambiente ostile. Alla fermata poco lontana del Mercato hanno suonato per prenotare la discesa. Poco prima dell’apertura delle porte l’amica mulatta ha voluto ancora una volta consolare la proprietaria del meticcio, sempre più triste. Furtivamente, di colpo, l’ha baciata sulla guancia. Poi sono scesi, tutti e tre. Sono andati via, lontano da noi, a raggiungere il loro personale, lunghissimo cammino della speranza. Noi passeggieri siamo tornati al buio, l’autista alla sua rabbia, il mentecatto alle auricolari ed io, definitivamente convinto che i mezzi pubblici debbano essere usati spesso, anche nella propria città.

Di zingari e di chitarre

IMG_2730Ho conosciuto Mario Regis quando cercava ancora riparo alla sua timidezza di bambino tra le pieghe colorate della lunga gonna-tenda di sua madre. Una zingara Kalè della leggendaria famiglia dei Los Reyes, quella dei Gispy King. Il padre Bik era il chitarrista delle nostre notti e della nostra emozione. Si cantava insieme in una masseria in Camargue. Erano gli anni Ottanta.
Ma Bik era soprattutto il musicista che aveva costruito la base musicale di successo dei Gipsy King che in quegli anni erano famosi nel Mondo quanto lo erano stati i Beatles. Lui era più schivo, meno “commerciale”. Artista d’anima flamenca, preferiva la chitarra e il battito della palme in “burlerias”, anche più della rumba catalana. La ritmica di tante belle e notissime canzoni del complesso. Un maestro che come molti grandi interpreti di origine zingara non sapeva leggere uno spartito. Come d’altronde Django Reinhard… La musica la faceva, la ricordava e la inventava. Se ne aveva voglia. E’ da lui che ho imparato una bella parola Rom: MORCURE. Si traduce con gatto in italiano ma, in questo caso è un gatto metaforico, immaginato. Un gatto che fa le fusa e graffia con la nostalgia di un viaggio, di un incontro finito. In spagnolo sarebbe il DUENDE. Ecco, Bik prendeva la chitarra soltanto se Morcure la sentiva presente, con lui e con noi. Altrimenti rideva, parlava, ma non suonava.
Mario l’ho incontrato, di tanto in tanto, nel corso di questi decenni. So che suona come il padre, come i nonni, come i migliori della sua grande famiglia di chitarristi, so che canta con la voce rotta e profonda degli zingari. Lo rivedo oggi pochi giorni prima di un suo spettacolo-incontro d’eccezione, all’aperto, nel Teatro romano di Arles. Sarà con lui Raghunath Manet, il grandissimo danzatore e musicista indiano. “Zingaro da dove vieni?” è il titolo del concerto. Sarà una notte dove non mancherà di miagolare il gatto segreto dell’emozione e dell’arte. Una serata anche pedagogica per tutti quegli zingari che, non sapendo da dove vengono, spesso si perdono… nelle nostre città e nelle nostre periferie.
Ho saputo che Mario ha accompagnato Charles Aznavour alla chitarra e che è considerato l’erede di Manitas de Plata. Oggi è marito, padre e credo anche nonno… (nella tribù ci si sposa presto). Quando ragazzino batteva i palmi delle mani, seguendo con gli occhi quelle di Bick, già si capiva che anche per lui il canto e la musica potevano nascere soltanto dall’emozione.