Tango a Medellin

Il coprifuoco da mezzanotte all’alba. A Medellin era ancora vivo e potente l’ex lattaio Pablo Escobar.

Ma fino a Mezzanotte si poteva attraversare la città nel tepore dolce di una primavera senza fine. Profumo di frangipane e dedicate serenate ad ogni angolo di quartiere. Appoggiati a un derelitto taxi giallo e nero noi tre lo ascoltavamo.
Era un omino grigio e liso, rattoppato come la chitarra che suonava, per qualche pesos, finalmente un tango.
Domandammo una canzone e lui per soldi ma con sentimento, claro !, si ruppe la voce su “Anclao en Paris”.
Noi contenti ascoltavamo soltanto lui , distinto da tutta la musica sferragliante del Caribe che usciva dai tanti locali della  Carrera 70.
Così come un viaggio, come una nostalgia, sogni dolciastri come manghi maturi mi presero insieme; in quella sera di festa, su quella strada tanto irreale da sembrare sollevata, quasi nuvola. La nuvola della musica, dei ricordi e dei singhiozzi di tutta la Latino-America. Ageografico itinerario. Via dei canti di uno straordinario Continente che dall’Europa sembra non staccarsi del tutto ma che non potrebbe più vivere senza lo zucchero e il sole e le donne colorate, senza le strade con il mare in fondo, l’oro, la gloria e la polvere da sparo. Noi tre non più “inchiodati a Parigi” ma liberi, tra musiche diverse, di sognare viaggi infiniti nel continente del sole. Il Cantore si inchinò, guardò in alto verso la luna piena, verso Gardel che ritornava, per sempre, dal suo ultimo Medellin a Buenos Aires.img_2756

Letture d’estate

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Con la “scuola cattolica” di Albinati, premio Strega 2016, ho iniziato l’estate. Il ponderoso romanzo è in realtà, soprattutto, un saggio filosofico di un epoca italiana, la mia stessa. Milleduecentopagine, che penso mi accompagneranno fino all’autunno. Pensieri importanti e in qualche caso esaustivi sulla borghesia romana degli anni settanta e poi pagine di lucido e terribile approfondimento su quello che fu il fatto di cronaca emblematico per quelli anni e per quell’ambiente: il delitto del Circeo…”per brevità DdC”. Quasi incitato dai temi della scuola cattolica ho poi letto: “Dolore” dell’israeliana Zeruya Shalev. Dove si interferiscono il dolore fisico (quello di un corpo dilaniato da un attentato suicida) e quello morale della mancanza di senso. Shalev è una scrittrice ebrea meno conosciuta dei suoi colleghi tradotti e amati in Italia ma assolutamente alla stessa altezza per scrittura ed argomenti.
Da ultimo, accettando il consiglio di una amica lettrice francese, un libro di Jean-Luc Seigle non ancora tradotto ma il cui titolo mi ha personalmente interpellato : “ invecchiando gli uomini piangono” . E vi è certamente da piangere per tutte le bugie che il Potere racconta alla gente e per la gente che, pur sapendo che sono bugie ha perduto la voglia e la speranza della verità.
Letture non particolarmente gioiose ma che mi sono sembrate e continuano a sembrarmi molto in accordo con la cronaca del Mondo e, in fondo, con la nostra personale biografia.

Agosto 1968. Ricordo di un inverno.

Tiepide notti d’agosto e, nel ricordo, tunichette bianche danzavano. I capelli biondi e gli occhi azzurri delle giovani cecoslovacche del corpo di ballo di Bratislava e di Praga. I musicisti diretti da un famoso direttore che nell’estate 1968, di casa sul nostro lago e nella nostra città, riempivano di musica, di canti e di balli quelle sere lontane. Una lunga storia di contattati e di amicizia tra il direttore dell’Azienda di Turismo lecchese d’allora, Giacomo De Santis, e gli intellettuali, i musicisti, gli scrittori, i cantanti della “Primavera”.
Diciottenne, io ero un volontario, con qualche altro studente. Ho vissuto quelle settimane a supporto dell’allegra e confusa logistica dell’accoglienza. Si pranzava alla mensa delle ACLI, a volte si cenava, dopo il concerto, al ristorante dell’Hotel Croce di Malta oppure all’aperto o agli “Alberi”. Parlavamo con quel po’ di francese o d’inglese che sapevamo noi, e che i giovani cecoslovacchi conoscevano invece molto meglio, e con qualche parola d’italiano, che loro già cominciavano a capire e a parlare. Non di politica, certo, i commissari che accompagnavano la trasferta erano tanti e molto attenti… Parlavamo di libri, di cinema, di musica, parlavamo delle vacanze che avremmo voluto fare, di città da visitare… di vestiti che avrebbero voluto comprare. Li accompagnavamo a piedi a visitare la piazzetta di Pescarenico, il lungolago. Poi venne la mattina del 23 agosto. Mi telefonò De Santis facendomi fretta, era successo un brutto guaio, i nostri amici dovevano anticipare la partenza. Scesi di corsa in piazza degli Affari dove era allestito il palco a fianco dei parcheggi per i loro vecchi pullman. C’era molto disordine, gli strumenti caricati di furia, le ballerine che si abbracciavano tra loro singhiozzando, i vestitini bianchi macchiati di lacrime: l’invasione sovietica era realtà. I carri armati entravano a Praga e a Bratislava. I commissari dalle facce pallide e dure accelleravano. Ricordo il congedo col violinista con il quale avevo condiviso il pranzo il giorno prima e poi l’abbraccio con una ragazza tanto bella da far male. Indimenticabile il pianto e quasi il grido di Edith, la prima ballerina seduta scarmigliata sui gradini del ristorante Oreste. Più tardi alcune cartoline, in bianco e nero, piene d’inverno. Più tardi, forse proprio in ricordo di quell’agosto, a Lecco si tenne una delle pochissime manifestazioni pubbliche in memoriam di Jan Palach, il giovane eroe immolatosi a Praga per la libertà. Ma quella mattina fu un momento di svolta, un brivido freddo. La prima consapevolezza di quanto difficile sia trasformare un inverno in primavera, di quanto duro sia il potere e, invece, di quanto siano fragili la felicità, la bellezza, la giovinezza. E, pure, di quanto necessaria sia la speranza.-1

Due ragazze e un cagnolino

IMG_0158Prologo: rare contingenze mi fanno utilizzatore dei mezzi pubblici di Lecco. Eppure lo so, eccome, che per conoscere una città, un luogo, la sua gente, è necessario usare i trasporti in comune. Ma Lecco la conosco a memoria, da quando ci sono nato, non vedo più niente, non guardo che le montagne attorno e, a volte, il lago.

Due ragazze e un cagnolino

E’ salita in fretta, con quella luce negli occhi che, a volte, hanno gli adolescenti. Ha rivolto silenziosi e misteriosi ordini al suo piccolo cane bianco a chiazze marroni che, con educazione quasi circense, saltato sul podio del sedile, si accoccolava ai suoi piedi, gli occhi pieni di quell’amore che, a volte, hanno i piccoli cani. Armeggiava intanto con una specie di fazzolettino nero traforato attorno al collo dell’animale, accarezzandolo e bisbigliando. Il suo ingresso sulla piattaforma dell’autobus n° 8, circolare sinistra, nel “cassone” grigio e caldo di una domenica di luglio, è stato una sferzata di vita vera, di speranza, quasi di gioia, a riscattare l’inedia ingloriosa degli altri quattro “viaggiatori” presenti, più un mentecatto con gli auricolari e me stesso naturalmente, riparato e protetto da una parete opaca di vetro-plastica.
La ritrovata, precaria armonia del Mondo è andata subito in pezzi con l’ordine gridato dall’autista: “O la metti subito, sta’ museruola, o scendi”. Ecco cos’era quella cosa che a me pareva un fazzoletto.
La durezza inflessibile delle regole. Lei è rimasta molto male per quell’urlo e la luce del suo sguardo si è spenta. Ha messo la museruola che il cane voleva togliersi con le zampe. Ho cercato di sorridere solidale al cane, non certo alla ragazzina. Nel Mondo così com’è avrei rischiato inqualificabili sospetti. Lei invece ha cercato un po’ di comprensione femminile, o animalista, in una giovane donna seduta dall’altro lato. Le ha spiegato che lo aveva raccolto lei il trovatello, che era buonissimo e non avrebbe morsicato neppure un coniglio. La donna l’ha guardata con il disprezzo concesso a un rifiuto; i suoi inutili occhi azzurri non hanno degnato il cane e si sono rivolti invece al finestrino mentre, con le mani, si lisciava gli inutili capelli biondi. Ho visto allora un’altra mano, scuretta, allungarsi da dietro ad accarezzare il pelo bianco e marrone e poi la spalla della ragazza. Non l’avevo notata salire la sua amichetta, coetanea e mulatta. Nessuno dei tre ha retto molto al minaccioso ambiente ostile. Alla fermata poco lontana del Mercato hanno suonato per prenotare la discesa. Poco prima dell’apertura delle porte l’amica mulatta ha voluto ancora una volta consolare la proprietaria del meticcio, sempre più triste. Furtivamente, di colpo, l’ha baciata sulla guancia. Poi sono scesi, tutti e tre. Sono andati via, lontano da noi, a raggiungere il loro personale, lunghissimo cammino della speranza. Noi passeggieri siamo tornati al buio, l’autista alla sua rabbia, il mentecatto alle auricolari ed io, definitivamente convinto che i mezzi pubblici debbano essere usati spesso, anche nella propria città.

Di zingari e di chitarre

IMG_2730Ho conosciuto Mario Regis quando cercava ancora riparo alla sua timidezza di bambino tra le pieghe colorate della lunga gonna-tenda di sua madre. Una zingara Kalè della leggendaria famiglia dei Los Reyes, quella dei Gispy King. Il padre Bik era il chitarrista delle nostre notti e della nostra emozione. Si cantava insieme in una masseria in Camargue. Erano gli anni Ottanta.
Ma Bik era soprattutto il musicista che aveva costruito la base musicale di successo dei Gipsy King che in quegli anni erano famosi nel Mondo quanto lo erano stati i Beatles. Lui era più schivo, meno “commerciale”. Artista d’anima flamenca, preferiva la chitarra e il battito della palme in “burlerias”, anche più della rumba catalana. La ritmica di tante belle e notissime canzoni del complesso. Un maestro che come molti grandi interpreti di origine zingara non sapeva leggere uno spartito. Come d’altronde Django Reinhard… La musica la faceva, la ricordava e la inventava. Se ne aveva voglia. E’ da lui che ho imparato una bella parola Rom: MORCURE. Si traduce con gatto in italiano ma, in questo caso è un gatto metaforico, immaginato. Un gatto che fa le fusa e graffia con la nostalgia di un viaggio, di un incontro finito. In spagnolo sarebbe il DUENDE. Ecco, Bik prendeva la chitarra soltanto se Morcure la sentiva presente, con lui e con noi. Altrimenti rideva, parlava, ma non suonava.
Mario l’ho incontrato, di tanto in tanto, nel corso di questi decenni. So che suona come il padre, come i nonni, come i migliori della sua grande famiglia di chitarristi, so che canta con la voce rotta e profonda degli zingari. Lo rivedo oggi pochi giorni prima di un suo spettacolo-incontro d’eccezione, all’aperto, nel Teatro romano di Arles. Sarà con lui Raghunath Manet, il grandissimo danzatore e musicista indiano. “Zingaro da dove vieni?” è il titolo del concerto. Sarà una notte dove non mancherà di miagolare il gatto segreto dell’emozione e dell’arte. Una serata anche pedagogica per tutti quegli zingari che, non sapendo da dove vengono, spesso si perdono… nelle nostre città e nelle nostre periferie.
Ho saputo che Mario ha accompagnato Charles Aznavour alla chitarra e che è considerato l’erede di Manitas de Plata. Oggi è marito, padre e credo anche nonno… (nella tribù ci si sposa presto). Quando ragazzino batteva i palmi delle mani, seguendo con gli occhi quelle di Bick, già si capiva che anche per lui il canto e la musica potevano nascere soltanto dall’emozione.

…Che ti vada bene…

Sarà disponibile tra poco, nella traduzione italiana, l’ultimo lavoro di John Irving. Il Viale dei Misteri, il titolo probabile di questo lungo romanzo surreale, misterioso e bello.  Irving, quello de “Il mondo secondo Garp”, ritrova il meglio della sua scrittura in quest’ultima opera. Forse perché i personaggi principali del romanzo sono nati a Oaxaca, in Messico, non potrò essere del tutto oggettivo.
Proprio Oaxaca, infatti, rappresenta per me la prima meta lontana, nel senso stretto e metaforico, l’inizio del mio amore per il viaggio. Non avevo ancora trent’anni e il Messico non era quel Paese violento e disperato che sembra essere diventato oggi, dopo i cartelli della droga e le violenze di confine.
Oaxaca dunque, città medio-grande (rispetto a Messico D.F.), dalla bella piazza dello zocalo, vivibile e tranquilla ai tempi, con gli scoiattoli che salivano sui tavolini dei caffè e partecipavano attivamente alla colazione. I “miei tempi” collimano con quelli dei protagonisti del Viale dei Misteri, le chiese delle vergini spagnole sono le stesse costruzioni barocche e oscure che ho frequentato io, alla ricerca dei perché coloniali e delle riposte del sincretismo indio.
I primi enigmi, le prime fascinazioni antropologiche mi vengono da quelle strade, da quelle discendenti degli zapotechi che vendevano cioccolato e tortillas, dalle colline che circondano la città, da quel viaggio in autobus, complicato, attraverso i boschi, per arrivare all’Oceano Pacifico.
Lasciando il piccolo Hotel del Pombo nella luce appena accennata di un’alba, la ragazza della reception mi ha salutato con un sorriso e con una formula forse usuale: “QUE TE VAYA BIEN”. E’ stata, quella, la prima e la sola volta che l’ho davvero ascoltata e che l’ho misteriosamente interpretata come estensiva per tutti i viaggi a venire. Attraverso Irving ho ritrovato la voce e il sorriso di quel lontano mattino. Spero con tutto il cuore che sia andata  bene anche a Lei.images-1

I giganti della Val Bregaglia

A pochi metri dal confine italiano, ma già altrove. Molto lontano.
Soglio, oggi villaggio della Val Bregaglia, nella Svizzera tedesca dei Grigioni, è sospeso attorno al seicentesco Palazzo Salis, ricovero di lusso, abitato da loquaci e geniali fantasmi. Poche camere tutte in legno, profumate di lino e di resina. Soltanto attraverso gli stretti passaggi del Maloja e dello Spluga si entra nella valle, non troppo distante dalla Montagna magica. L’incantamento, il fermarsi del tempo, resiste, con poche eccezioni su, su fino a Sils Maria. Ma è proprio a Soglio che si confonde col sogno. Lì, nell’albergo di pietra e di legno, ancora risuona la stagione dei Giganti. A Soglio trascorrevano l’inverno Segantini, il veggente, e Giacometti, il più grande. Rainer Maria Rilke passeggiava e scriveva tra le vacche brune dai campanacci luccicanti. Ancora odore di fumo e di fieno e di erbe rare, di minestre d’orzo e di vento. Il vento di queste valli può far impazzire o dimenticare tutto, si dice. Ma ora io ricordo quella stanza grande col camino acceso d’ottobre. In una sera chiara, lei che saltava, posseduta, sulla trapunta firmamento del letto, strega e bambina. Non chiedeva amore ma venerazione. Impreparato, inadeguato, cercavo scampo nelle montagne ravvicinate dalla luce d’autunno. Guardavo dalla finestra. Lei, meno vestita della ragazza dipinta da Balthus, altro vicino di casa, contemporaneo, si allungava sul divano verde scuro. Mancava soltanto il gatto. Ma a strattonare la tenda bastavo io.balthus-10

Viaggi che non abbiamo mai fatto

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Bisognerà anche cominciare a raccontarli i viaggi mai fatti… lo scrive ne “L’albergo dei poveri” Ben Jelloun. A me non sembra soltanto una trovata, una provocazione letteraria. E’ piuttosto vero, invece, che con i viaggi intrapresi e con gli anni trascorsi a sognarne altri, a rafforzarsi è proprio il desiderio di raccontarle quelle città e quei Paesi, quegli incontri, quelle montagne e quegli oceani mai visti. I miei personali viaggi virtuali, dei quali volentieri parlerei agli amici o ad altrettanti virtuali nipoti, non sono pochi. Sono, direi, quasi tutti quelli che non ho fatto.
L’Islanda e il Quebec per cominciare. Il fiume Saint-Lauren e il succo d’acero.
La lunghissima magica notte del 24 giugno “San Giovanni Battista” festa nazionale. E il grande freddo dell’inverno canadese con le alci e il ricordo degli indiani.
L’Islanda è ancora iperborea con le sue notti bianche e le aurore boreali, un’idea diversa del mare, della neve e del Nord. Spesso è il grande Nord il mio viaggio immaginato. Può diventare anche pellegrinaggio, nel ghiaccio della Russia, nella Kolima siberiana. E’ là che i corpi di milioni di uomini, donne e poeti hanno aspettato la primavera per essere avvolti da quella terra scura.
Ma anche il cielo al contrario, illuminato dalla croce del sud, mi riempie di nostalgia.
“La peggior nostalgia è quella per ciò che non è mai successo” dice bene un tango d’Uruguay. E con l’Uruguay è anche il Cile di Valparaiso con i suoi ascensori e la sua lunga baia a presagire lo stretto di Magellano.

La stranezza che ho nella testa

“La stranezza che ho nella testa”: prendo in prestito da Omar Pamuk. Ma è anche il debito che il premio Nobel turco ha contratto con tutta la sua e mia generazione.
Non solo a Istanbul la storia sociale, politica e urbanistica ha avuto negli ultimi vent’anni una spaventevole accelerazione, ma ovunque nel vasto Mondo. Il nostro paesaggio individuale e collettivo – e le stesse parole per raccontarlo – sono cambiati e irriconoscibili quanto i “quartieri nuovi” delle città. Si smarriscono le strade e le idee, le campagne, gli stessi animali e i villaggi; gli incontri lontani. Oggi confondo gli amori e gli odi, i sorrisi e le voci. Soprattutto perdo il filo e il senso di tutto questo.
Le convinzioni forti e perfino il successivo “pensiero debole” della nostra generazione sono naufragati nell’impossibilità di capire e di farsi capire o semplicemente… di farsi perdonare.
No, non è sempre stato così e non si tratta del pessimismo cronico dei “vecchi”, del venir meno delle speranze. L’inquietudine e la “stranezza” si portano via, ogni giorno, un riferimento, una certezza, un segnalibro. Sarà la grande svolta tecnologica che tra pochi anni cambierà davvero il destino degli uomini? Saranno comunque altri i concetti e le parole per raccontarlo. Perché allora, proprio adesso, che tutto sta per succedere, perdo curiosità e mi resta solo il desiderio di sedermi sulla sabbia e guardare il mare? Forse perché qui la Letteratura ha saputo mischiarlo con la luce del sole e lo ha riconosciuto come l’Eternità?

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Il Caffe’ di Maradona

Passata piazzetta Nilo, proprio all’inizio della via San Biagio dei Librai, nel centro storico di Napoli, c’è il piccolo caffè del miracolo… il miracolo di Maradona.
Il proprietario, uomo serio, concreto e poco incline allo scherzo, incontrò trent’anni fa su un volo Alitalia da Buenos Aires a Milano nientemeno che il santo vivente di tutti i napoletani del secolo scorso: Diego Armando Maradona.
Il senso del teatro, del mistero e del miracolo è parte della vita quotidiana a Napoli così come a Buenos Aires. Forse per questo don Diego Armando non si stupì quando il nostro barista gli chiese un capello. Anzi: Diego se ne strappò uno davanti a lui e con seria convinzione glielo regalò.
Con quel simbolo di scalpo, quella reliquia filiforme, il nostro caffettiere costruì un tempietto coi colori della squadra del Napoli, la foto del grande calciatore e al centro, sotto vetro, il capello. L’altarino occupa gran parte della parete destra del locale.
S’invitano naturalmente i “fedeli” del bulbo pilifero, dopo la devozione e il “selfie”, a bersi un caffè al banco. In caso contrario potrebbero incappare in arcani e spiacevoli contrattempi…
Sempre in questo fantasiosissimo caffè identitario è anche appeso un bel calendario, fermo però al 2014, della Padania. I dodici mesi sono raffigurati da altrettante fotografie, tutte uguali, di un monocolore bianco-panna. La Padania, giustamente, in questo caffé non esiste!
Ma un miracolo vero c’è nel baretto di via dei Librai: è quello legato alla bella tradizione del caffè sospeso. Lì di caffè sospesi (già pagati) ce ne sono sempre tanti, sempre più numerosi che nel resto di Napoli.

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