Viaggi che non abbiamo mai fatto

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Bisognerà anche cominciare a raccontarli i viaggi mai fatti… lo scrive ne “L’albergo dei poveri” Ben Jelloun. A me non sembra soltanto una trovata, una provocazione letteraria. E’ piuttosto vero, invece, che con i viaggi intrapresi e con gli anni trascorsi a sognarne altri, a rafforzarsi è proprio il desiderio di raccontarle quelle città e quei Paesi, quegli incontri, quelle montagne e quegli oceani mai visti. I miei personali viaggi virtuali, dei quali volentieri parlerei agli amici o ad altrettanti virtuali nipoti, non sono pochi. Sono, direi, quasi tutti quelli che non ho fatto.
L’Islanda e il Quebec per cominciare. Il fiume Saint-Lauren e il succo d’acero.
La lunghissima magica notte del 24 giugno “San Giovanni Battista” festa nazionale. E il grande freddo dell’inverno canadese con le alci e il ricordo degli indiani.
L’Islanda è ancora iperborea con le sue notti bianche e le aurore boreali, un’idea diversa del mare, della neve e del Nord. Spesso è il grande Nord il mio viaggio immaginato. Può diventare anche pellegrinaggio, nel ghiaccio della Russia, nella Kolima siberiana. E’ là che i corpi di milioni di uomini, donne e poeti hanno aspettato la primavera per essere avvolti da quella terra scura.
Ma anche il cielo al contrario, illuminato dalla croce del sud, mi riempie di nostalgia.
“La peggior nostalgia è quella per ciò che non è mai successo” dice bene un tango d’Uruguay. E con l’Uruguay è anche il Cile di Valparaiso con i suoi ascensori e la sua lunga baia a presagire lo stretto di Magellano.

La stranezza che ho nella testa

“La stranezza che ho nella testa”: prendo in prestito da Omar Pamuk. Ma è anche il debito che il premio Nobel turco ha contratto con tutta la sua e mia generazione.
Non solo a Istanbul la storia sociale, politica e urbanistica ha avuto negli ultimi vent’anni una spaventevole accelerazione, ma ovunque nel vasto Mondo. Il nostro paesaggio individuale e collettivo – e le stesse parole per raccontarlo – sono cambiati e irriconoscibili quanto i “quartieri nuovi” delle città. Si smarriscono le strade e le idee, le campagne, gli stessi animali e i villaggi; gli incontri lontani. Oggi confondo gli amori e gli odi, i sorrisi e le voci. Soprattutto perdo il filo e il senso di tutto questo.
Le convinzioni forti e perfino il successivo “pensiero debole” della nostra generazione sono naufragati nell’impossibilità di capire e di farsi capire o semplicemente… di farsi perdonare.
No, non è sempre stato così e non si tratta del pessimismo cronico dei “vecchi”, del venir meno delle speranze. L’inquietudine e la “stranezza” si portano via, ogni giorno, un riferimento, una certezza, un segnalibro. Sarà la grande svolta tecnologica che tra pochi anni cambierà davvero il destino degli uomini? Saranno comunque altri i concetti e le parole per raccontarlo. Perché allora, proprio adesso, che tutto sta per succedere, perdo curiosità e mi resta solo il desiderio di sedermi sulla sabbia e guardare il mare? Forse perché qui la Letteratura ha saputo mischiarlo con la luce del sole e lo ha riconosciuto come l’Eternità?

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Il Caffe’ di Maradona

Passata piazzetta Nilo, proprio all’inizio della via San Biagio dei Librai, nel centro storico di Napoli, c’è il piccolo caffè del miracolo… il miracolo di Maradona.
Il proprietario, uomo serio, concreto e poco incline allo scherzo, incontrò trent’anni fa su un volo Alitalia da Buenos Aires a Milano nientemeno che il santo vivente di tutti i napoletani del secolo scorso: Diego Armando Maradona.
Il senso del teatro, del mistero e del miracolo è parte della vita quotidiana a Napoli così come a Buenos Aires. Forse per questo don Diego Armando non si stupì quando il nostro barista gli chiese un capello. Anzi: Diego se ne strappò uno davanti a lui e con seria convinzione glielo regalò.
Con quel simbolo di scalpo, quella reliquia filiforme, il nostro caffettiere costruì un tempietto coi colori della squadra del Napoli, la foto del grande calciatore e al centro, sotto vetro, il capello. L’altarino occupa gran parte della parete destra del locale.
S’invitano naturalmente i “fedeli” del bulbo pilifero, dopo la devozione e il “selfie”, a bersi un caffè al banco. In caso contrario potrebbero incappare in arcani e spiacevoli contrattempi…
Sempre in questo fantasiosissimo caffè identitario è anche appeso un bel calendario, fermo però al 2014, della Padania. I dodici mesi sono raffigurati da altrettante fotografie, tutte uguali, di un monocolore bianco-panna. La Padania, giustamente, in questo caffé non esiste!
Ma un miracolo vero c’è nel baretto di via dei Librai: è quello legato alla bella tradizione del caffè sospeso. Lì di caffè sospesi (già pagati) ce ne sono sempre tanti, sempre più numerosi che nel resto di Napoli.

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Canti sulla strada, canti sulla vita – i Bhopas*

Quel che rimane dei trovatori, dei menestrelli di corte e di strada, delle canzoni e delle filastrocche composte a domanda per aiutare un amore o per scongiurare una epidemia… è nascosto qui, all’ombra di un’acacia gigante, nel deserto di Thar.
I Bhopas, musicisti nomadi della tradizione indù, sono ancora – per casta e per scelta – al servizio di grandi eventi e di grandi famiglie. Qualcuno arriva fino a noi, in Europa, e grazie a misteriose contaminazioni armoniche con musicisti inglesi, rajastanesi ed ebrei, come nel caso del nuovissimo gruppo “The RAJASTAN EXPRESS” con il loro album “JUNUN”, riannoda quelle melodie e quei racconti che da tempo immemorabile hanno abbandonato le nostre strade.
Quasi sempre sono due persone, un uomo ed una donna, due voci, una maschile e una femminile, accompagnate da uno strumento poverissimo (una specie di ravanhatto) di legno, costruito dal musicista stesso con un archetto e cinque corde in crine di cavallo. Sono sufficienti a narrare tutte le storie del Mondo, ad accompagnare il sonno, a riscaldare un’alba invernale.
Una di queste coppie l’ho conosciuta tanti anni fa e l’ho rivista da poco. Lui con i lunghi baffi diventati bianchi, lei sempre coperta dal lungo velo, dall’inconfondibile voce gutturale. Hanno cantato ancora, in duetto, la lunga storia (quella che più mi piace) di un complicato matrimonio tra due topini di campagna dal carattere difficile. Per ognuno degli ospiti di un viaggio sono in grado di inventare melodie e racconti su misura. Lo fanno da tutta la vita. Un giorno, durante il nostro primo incontro, chiesi all’uomo il suo nome e lui, dopo qualche perplessità, mi rispose disegnando sulla sabbia il profilo del suo strumento. Quelle melopee, quelle voci antiche sono per me, da tempo, l’accompagnamento migliore, il viatico sicuro per ogni viaggio intrapreso o anche soltanto immaginato.

  • * Per chi fosse interessato a saperne di più basterà cercare :- Bhopas su youtube.

 

 

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Maremma di maggio

Il golfo aperto tra l’Argentario e Talamone. Di fronte l’Isola del Giglio. Alle spalle la Maremma protetta del Parco. Il silenzio di maggio.
La bellezza della macchia mediterranea con il suo profumo di resina e di sabbia, la lunga spiaggia ingombra dei legni naufragati durante l’inverno, trasformati ora in capanne per bambini o ripari per amanti. Stormi di martin pescatori verso Albarese. Nascosto nel bosco un altare etrusco guarda ancora al mare.
Una vacanza improvvisa, insperata, nella ‘marisma’ italiana dei buoi dalle grandi corna, i cavalli sauri e gli ultimi cavalieri.
Un ritorno tra le colline che scivolano nel Mediterraneo tra agavi giganti, percorse da volpi, sorvolate da falchi pescatori. Il buon odore selvatico di un pezzetto di terra che resiste, che vorrebbe costringere anche noi alla resistenza. Non cedere alle piscine azzurrate con l’acqua di mare e ai “bagni” con gli scivoli di plastica gialli. I bambini preferiscono giocare coi legni alluvionali, con le conchiglie e, come si sa, amano parlare alle volpi…
A qualche insenatura più in là, porto Ercole e la Medusa a ricordarci il naufragio di Caravaggio e la terribile luce dei colori della vita.images-2

Il tunnel dei Borboni

Cinque anni di lavoro volontario, la passione, l’amore per la storia di Napoli di due arco-speleologi e l’aiuto di qualche giovane studente. Ecco che riapre il lungo tunnel (oltre seicento metri) fatto costruire dall’ultimo re borbone che progettava una fuga in sicurezza nell’ipotesi, probabile, di sommossa popolare. L’importante opera ingegneristica, scavata a mano, porta dalla attuale piazza Plebiscito al lungomare. Nei sotterranei sono ancora ben riconoscibili le grandi cisterne greco-romane che garantirono l’acqua alla città per quasi duemila anni…

Ma l’emozione, la commozione, non ci arrivano dai nostri illustri e lontani antenati quanto, piuttosto, dal riverbero umano che ancora trasmettono le alte stanze sotterranee. Gran parte della fanciullezza di nostri possibili padri e nonni nonchè la stessa vita di innumerevoli madri-coraggio degli anni Quaranta e Cinquanta è trascorsa tra quelle pareti di tufo. Quel tunnel borbonico è stato infatti riutilizzato come il più grande rifugio antiaereo di Napoli nell’ultimo conflitto mondiale.

Una media di 5/6000 persone a ogni chiamata di sirena. La città più bombardata d’Italia, la più distrutta, è stata costretta a utilizzare gli spazi sotterranei per migliaia di famiglie anche dopo le bombe, passata la guerra. Quasi fino agli anni Sessanta.

Lì sotto, grazie al lavoro di scavo e di pulizia, ritroviamo gli oggetti, le scritte, le firme, i giocattoli. La vita quotidiana di chi non sapeva cosa avrebbe trovato uscendo dal riparo. Quali lutti, quali macerie. Una scritta nera su una parete di calce è, su tutte, la più leggibile e sonora: – NOI I VIVI -. Potrebbe, anche questa, essere solo storia, appena un poco più recente di quella di Re Francesco. Ma così non riesce ad essere, perché le sirene d’allarme, i rifugi, le bombe, le macerie e la morte sono ancora angoscia quotidiana per milioni di donne di uomini e bambini che abitano non lontano da noi… Giusto dall’altra parte del mare.images

La tigre

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Luis Borges ne era ossessionato. Per milioni di asiatici permane una  vivente farmacia miracolosa, cura di ogni male. Durante tutto l’ ottocento e fino almeno alla metà del secolo scorso è stato l’animale più cacciato, quasi da essere estinto. La Tigre. La buona notizia è che il suo numero sta aumentando dal 2000, in India, a ritmi importanti. Oltre quattromila esemplari nei parchi e nelle riserve. Anche in Siberia si sta facendo molto per salvaguardare il meraviglioso felino. Io l’ho finalmente incontrata, vista, guardata negli occhi, libera e arrogante, ironica nella suo incedere lento e dinoccolato. Non guardava nessuno di noi quattro, silenziosi ed immobili sul fuoristrada scoperto. Non eravamo interessanti. Lei lo era. L’ho incontrata nella  riserva ( grande mezza Lombardia) di Nahargart a Ranthambhore in mezzo ai monti Aravali, in India. Un esemplare maschio che usciva da una pozza d’acqua scrollandosi soddisfatto e lento: “ odore d’alba fiuterà nell’ampio labirinto intricato degli odori e il delizioso odore del cerbiatto “. Non un cerbiatto ma una grande antilope aveva divorato la sera prima, ha spiegato l’autista accompagnatore, giovane etologo innamorato dei felini. Per questa ragione era sazio e tranquillamente si rotolava nelle sterpaglie, a pochi metri da noi. L’incontro con la verità della natura è sempre un’ apparizione. La manifestazione della forza :” non la tigre vertebrata che prima assai delle mitologie calca la terra”.
ma, forse, in qualche strano modo, è anche visione di eternità.

Latcho drom : buon viaggio.

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Sono pochi a saperlo, qui da noi, in Europa, e quasi nessuno lo ricorda nell’India nord-occidentale, nel Rajasthan e nel deserto di Thar.
Quasi mille anni fa, probabilmente una carestia e una siccità durate molto a lungo costrinsero intere tribù nomadi e molte migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie terre d’origine, divenute oramai inospitali, e a cercare vita (e fortuna) altrove. Una tra le tante, grandi “migrazioni economiche” della storia umana.
Cominciò così un lungo viaggio attraverso molti Paesi, fino ai Balcani e al Mediterraneo. Tutto questo è ben raccontato in “Latcho Drom” (buon viaggio), il premiatissimo film del regista di origine rom Tony Gatlif. Erano astrologi, allevatori di cavalli, musicisti, artigiani del rame, saltimbanchi. Erano “diversi” dagli europei stanziali e – via via – prendevano i nomi più fantasiosi: bohémiens, stroleghi (da astrologi, appunto), gypsy, manouches, zingari e, finalmente, al fondo dell’Europa, in Andalusia, gitani.
E’ commovente vedere nei villaggi del Rajasthan donne e ragazze cantare e ballare come in un ancestrale flamenco, musicisti suonare musiche che ci sembrano assolutamente nostre… Ma gran parte degli attuali nipoti di quegli uomini coraggiosi ignorano del tutto la loro stessa origine e il loro cammino. Forse è anche per questo, non trovando forza e appoggio nella propria ricca storia culturale, che finiscono col vivere d’espedienti nelle squallide periferie europee.
Ma i Nomadi sono anche parte integrante della nostra stessa identità e del nostro comune destino. Riconoscerlo è rafforzare le difese dei meccanismi sociali. Qui e adesso.

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Taj Mahal. Per amore di una donna.

Guardato dal forte rosso il Taj Mahal, nella pianura agricola di Agra, è immagine inconsulta. Un tempio nel deserto. Il Memoriale dalla cupula mussulmana con i colori cangianti nelle ore del sole e in quelle della luna. E’ la grandiosa “cattedrale” alla fedeltà di un amore. Ma solo entrando nei suoi giardini perfetti, profumati dall’ erba, dai fiori e dalla resina dei cipressi, con le piscine che ne riflettono l’immagine, il canto degli uccelli e , fino a pochi decenni fa, migliaia d’ alberi da frutto, si può intuire la mistica del progetto e la forza della sua realizzazione. il Taj é da quasi cinque secoli la rappresentazione riuscita dell’idea che l’uomo si fa del paradiso. Nel costruire l’altare per il suo grande amore l’imperatore Shah Jahan ha pensato a tutto. I piccoli mosaici in rilievo leggero, le greche nel marmo, le sure in risalto prospettico e l’armonia delle torri di guardia. Addirittura il marmo stesso al quale basterebbe il monsone a mantenerlo pulito e scintillante per secoli.Tra i piú visitati monumenti al mondo il Taj resta di certo il più commovente. E’ l’umano tentativo di rendere immortale l’amore, di preservarne la memoria per quel tempo che si avvicina, almeno un poco, alla nostra concezione di eternità. E’ emozionante proprio perché sappiamo bene come non ci sia marmo che tenga e che tutto quel che é umano dura un tempo solo. Ma quei due piccoli sarcofagi, perduti sotto la cupola, al centro del Palazzo vuoto continueranno per molto tempo ancora a richiamarci come ad un pellegrinaggio. La grazia dell’amore. Shah Jahan sopravvisse molti anni alla morte della ancor giovane moglie. Si dice che le rimase fedele, anche fisicamente, per due anni interi… Poi la fedeltà rimase iscritta nel marmo e nella mantenuta promessa di non risposarsi. Per il resto, come si dice, cedette largamente al richiamo della carne…Morì vecchio, in dorata prigionia, proprio in un’ ala del Forte rosso, da dove poteva ammirare il grandioso frutto del suo unico amore. il Paradiso, da condividere con lei, per l’eternità…IMG_2590

I pavoni

 Creature strane, mai domesticate, anche quando eleggono un giardino o una proprietà restano orgogliosamente lontani dagli uomini che lo abitano. Hanno tra loro richiami rauchi, corti e modulati molti simili a quelli dei gatti in amore. Al mattino precedono il canto del gallo con un solo avviso, un pò più lungo e piú rauco, senza allegria: una constatazione stanca, quasi un dovere. I maschi, maestosi nella loro coda verde e blu, a volte, si posano sul capitello di una fontana, al bordo di una piscina, immobili e silenziosi per tempi lunghissimi. Statue viventi e compiaciute di se stesse. Ma è durante il monsone, nelle tempeste d’acqua più forti, che proprio la coda, distintivo della loro bellezza, si trasforma nella loro stessa rovina. I pavoni dormono nascosti tra gli alberi e la pioggia violenta inzuppa le loro code rendendo sempre piú difficile il riparo precario. Stremati cadono morti al mattino ricordando l’albatros di Baudelaire. Oramai inutili, senza grazia, senza gloria, la coda scarmigliata. Il ciuffetto sopra la piccola testa rende piú triste e ridicola la loro disfatta. le femmine sopravvivvono, invece, piú leggere sono rimaste al riparo e riprodurranno presto molti altri esemplari di questi timidi testimoni di bellezza.

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