Canti sulla strada, canti sulla vita – i Bhopas*

Quel che rimane dei trovatori, dei menestrelli di corte e di strada, delle canzoni e delle filastrocche composte a domanda per aiutare un amore o per scongiurare una epidemia… è nascosto qui, all’ombra di un’acacia gigante, nel deserto di Thar.
I Bhopas, musicisti nomadi della tradizione indù, sono ancora – per casta e per scelta – al servizio di grandi eventi e di grandi famiglie. Qualcuno arriva fino a noi, in Europa, e grazie a misteriose contaminazioni armoniche con musicisti inglesi, rajastanesi ed ebrei, come nel caso del nuovissimo gruppo “The RAJASTAN EXPRESS” con il loro album “JUNUN”, riannoda quelle melodie e quei racconti che da tempo immemorabile hanno abbandonato le nostre strade.
Quasi sempre sono due persone, un uomo ed una donna, due voci, una maschile e una femminile, accompagnate da uno strumento poverissimo (una specie di ravanhatto) di legno, costruito dal musicista stesso con un archetto e cinque corde in crine di cavallo. Sono sufficienti a narrare tutte le storie del Mondo, ad accompagnare il sonno, a riscaldare un’alba invernale.
Una di queste coppie l’ho conosciuta tanti anni fa e l’ho rivista da poco. Lui con i lunghi baffi diventati bianchi, lei sempre coperta dal lungo velo, dall’inconfondibile voce gutturale. Hanno cantato ancora, in duetto, la lunga storia (quella che più mi piace) di un complicato matrimonio tra due topini di campagna dal carattere difficile. Per ognuno degli ospiti di un viaggio sono in grado di inventare melodie e racconti su misura. Lo fanno da tutta la vita. Un giorno, durante il nostro primo incontro, chiesi all’uomo il suo nome e lui, dopo qualche perplessità, mi rispose disegnando sulla sabbia il profilo del suo strumento. Quelle melopee, quelle voci antiche sono per me, da tempo, l’accompagnamento migliore, il viatico sicuro per ogni viaggio intrapreso o anche soltanto immaginato.

  • * Per chi fosse interessato a saperne di più basterà cercare :- Bhopas su youtube.

 

 

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Maremma di maggio

Il golfo aperto tra l’Argentario e Talamone. Di fronte l’Isola del Giglio. Alle spalle la Maremma protetta del Parco. Il silenzio di maggio.
La bellezza della macchia mediterranea con il suo profumo di resina e di sabbia, la lunga spiaggia ingombra dei legni naufragati durante l’inverno, trasformati ora in capanne per bambini o ripari per amanti. Stormi di martin pescatori verso Albarese. Nascosto nel bosco un altare etrusco guarda ancora al mare.
Una vacanza improvvisa, insperata, nella ‘marisma’ italiana dei buoi dalle grandi corna, i cavalli sauri e gli ultimi cavalieri.
Un ritorno tra le colline che scivolano nel Mediterraneo tra agavi giganti, percorse da volpi, sorvolate da falchi pescatori. Il buon odore selvatico di un pezzetto di terra che resiste, che vorrebbe costringere anche noi alla resistenza. Non cedere alle piscine azzurrate con l’acqua di mare e ai “bagni” con gli scivoli di plastica gialli. I bambini preferiscono giocare coi legni alluvionali, con le conchiglie e, come si sa, amano parlare alle volpi…
A qualche insenatura più in là, porto Ercole e la Medusa a ricordarci il naufragio di Caravaggio e la terribile luce dei colori della vita.images-2

Il tunnel dei Borboni

Cinque anni di lavoro volontario, la passione, l’amore per la storia di Napoli di due arco-speleologi e l’aiuto di qualche giovane studente. Ecco che riapre il lungo tunnel (oltre seicento metri) fatto costruire dall’ultimo re borbone che progettava una fuga in sicurezza nell’ipotesi, probabile, di sommossa popolare. L’importante opera ingegneristica, scavata a mano, porta dalla attuale piazza Plebiscito al lungomare. Nei sotterranei sono ancora ben riconoscibili le grandi cisterne greco-romane che garantirono l’acqua alla città per quasi duemila anni…

Ma l’emozione, la commozione, non ci arrivano dai nostri illustri e lontani antenati quanto, piuttosto, dal riverbero umano che ancora trasmettono le alte stanze sotterranee. Gran parte della fanciullezza di nostri possibili padri e nonni nonchè la stessa vita di innumerevoli madri-coraggio degli anni Quaranta e Cinquanta è trascorsa tra quelle pareti di tufo. Quel tunnel borbonico è stato infatti riutilizzato come il più grande rifugio antiaereo di Napoli nell’ultimo conflitto mondiale.

Una media di 5/6000 persone a ogni chiamata di sirena. La città più bombardata d’Italia, la più distrutta, è stata costretta a utilizzare gli spazi sotterranei per migliaia di famiglie anche dopo le bombe, passata la guerra. Quasi fino agli anni Sessanta.

Lì sotto, grazie al lavoro di scavo e di pulizia, ritroviamo gli oggetti, le scritte, le firme, i giocattoli. La vita quotidiana di chi non sapeva cosa avrebbe trovato uscendo dal riparo. Quali lutti, quali macerie. Una scritta nera su una parete di calce è, su tutte, la più leggibile e sonora: – NOI I VIVI -. Potrebbe, anche questa, essere solo storia, appena un poco più recente di quella di Re Francesco. Ma così non riesce ad essere, perché le sirene d’allarme, i rifugi, le bombe, le macerie e la morte sono ancora angoscia quotidiana per milioni di donne di uomini e bambini che abitano non lontano da noi… Giusto dall’altra parte del mare.images

La tigre

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Luis Borges ne era ossessionato. Per milioni di asiatici permane una  vivente farmacia miracolosa, cura di ogni male. Durante tutto l’ ottocento e fino almeno alla metà del secolo scorso è stato l’animale più cacciato, quasi da essere estinto. La Tigre. La buona notizia è che il suo numero sta aumentando dal 2000, in India, a ritmi importanti. Oltre quattromila esemplari nei parchi e nelle riserve. Anche in Siberia si sta facendo molto per salvaguardare il meraviglioso felino. Io l’ho finalmente incontrata, vista, guardata negli occhi, libera e arrogante, ironica nella suo incedere lento e dinoccolato. Non guardava nessuno di noi quattro, silenziosi ed immobili sul fuoristrada scoperto. Non eravamo interessanti. Lei lo era. L’ho incontrata nella  riserva ( grande mezza Lombardia) di Nahargart a Ranthambhore in mezzo ai monti Aravali, in India. Un esemplare maschio che usciva da una pozza d’acqua scrollandosi soddisfatto e lento: “ odore d’alba fiuterà nell’ampio labirinto intricato degli odori e il delizioso odore del cerbiatto “. Non un cerbiatto ma una grande antilope aveva divorato la sera prima, ha spiegato l’autista accompagnatore, giovane etologo innamorato dei felini. Per questa ragione era sazio e tranquillamente si rotolava nelle sterpaglie, a pochi metri da noi. L’incontro con la verità della natura è sempre un’ apparizione. La manifestazione della forza :” non la tigre vertebrata che prima assai delle mitologie calca la terra”.
ma, forse, in qualche strano modo, è anche visione di eternità.

Latcho drom : buon viaggio.

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Sono pochi a saperlo, qui da noi, in Europa, e quasi nessuno lo ricorda nell’India nord-occidentale, nel Rajasthan e nel deserto di Thar.
Quasi mille anni fa, probabilmente una carestia e una siccità durate molto a lungo costrinsero intere tribù nomadi e molte migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie terre d’origine, divenute oramai inospitali, e a cercare vita (e fortuna) altrove. Una tra le tante, grandi “migrazioni economiche” della storia umana.
Cominciò così un lungo viaggio attraverso molti Paesi, fino ai Balcani e al Mediterraneo. Tutto questo è ben raccontato in “Latcho Drom” (buon viaggio), il premiatissimo film del regista di origine rom Tony Gatlif. Erano astrologi, allevatori di cavalli, musicisti, artigiani del rame, saltimbanchi. Erano “diversi” dagli europei stanziali e – via via – prendevano i nomi più fantasiosi: bohémiens, stroleghi (da astrologi, appunto), gypsy, manouches, zingari e, finalmente, al fondo dell’Europa, in Andalusia, gitani.
E’ commovente vedere nei villaggi del Rajasthan donne e ragazze cantare e ballare come in un ancestrale flamenco, musicisti suonare musiche che ci sembrano assolutamente nostre… Ma gran parte degli attuali nipoti di quegli uomini coraggiosi ignorano del tutto la loro stessa origine e il loro cammino. Forse è anche per questo, non trovando forza e appoggio nella propria ricca storia culturale, che finiscono col vivere d’espedienti nelle squallide periferie europee.
Ma i Nomadi sono anche parte integrante della nostra stessa identità e del nostro comune destino. Riconoscerlo è rafforzare le difese dei meccanismi sociali. Qui e adesso.

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Taj Mahal. Per amore di una donna.

Guardato dal forte rosso il Taj Mahal, nella pianura agricola di Agra, è immagine inconsulta. Un tempio nel deserto. Il Memoriale dalla cupula mussulmana con i colori cangianti nelle ore del sole e in quelle della luna. E’ la grandiosa “cattedrale” alla fedeltà di un amore. Ma solo entrando nei suoi giardini perfetti, profumati dall’ erba, dai fiori e dalla resina dei cipressi, con le piscine che ne riflettono l’immagine, il canto degli uccelli e , fino a pochi decenni fa, migliaia d’ alberi da frutto, si può intuire la mistica del progetto e la forza della sua realizzazione. il Taj é da quasi cinque secoli la rappresentazione riuscita dell’idea che l’uomo si fa del paradiso. Nel costruire l’altare per il suo grande amore l’imperatore Shah Jahan ha pensato a tutto. I piccoli mosaici in rilievo leggero, le greche nel marmo, le sure in risalto prospettico e l’armonia delle torri di guardia. Addirittura il marmo stesso al quale basterebbe il monsone a mantenerlo pulito e scintillante per secoli.Tra i piú visitati monumenti al mondo il Taj resta di certo il più commovente. E’ l’umano tentativo di rendere immortale l’amore, di preservarne la memoria per quel tempo che si avvicina, almeno un poco, alla nostra concezione di eternità. E’ emozionante proprio perché sappiamo bene come non ci sia marmo che tenga e che tutto quel che é umano dura un tempo solo. Ma quei due piccoli sarcofagi, perduti sotto la cupola, al centro del Palazzo vuoto continueranno per molto tempo ancora a richiamarci come ad un pellegrinaggio. La grazia dell’amore. Shah Jahan sopravvisse molti anni alla morte della ancor giovane moglie. Si dice che le rimase fedele, anche fisicamente, per due anni interi… Poi la fedeltà rimase iscritta nel marmo e nella mantenuta promessa di non risposarsi. Per il resto, come si dice, cedette largamente al richiamo della carne…Morì vecchio, in dorata prigionia, proprio in un’ ala del Forte rosso, da dove poteva ammirare il grandioso frutto del suo unico amore. il Paradiso, da condividere con lei, per l’eternità…IMG_2590

I pavoni

 Creature strane, mai domesticate, anche quando eleggono un giardino o una proprietà restano orgogliosamente lontani dagli uomini che lo abitano. Hanno tra loro richiami rauchi, corti e modulati molti simili a quelli dei gatti in amore. Al mattino precedono il canto del gallo con un solo avviso, un pò più lungo e piú rauco, senza allegria: una constatazione stanca, quasi un dovere. I maschi, maestosi nella loro coda verde e blu, a volte, si posano sul capitello di una fontana, al bordo di una piscina, immobili e silenziosi per tempi lunghissimi. Statue viventi e compiaciute di se stesse. Ma è durante il monsone, nelle tempeste d’acqua più forti, che proprio la coda, distintivo della loro bellezza, si trasforma nella loro stessa rovina. I pavoni dormono nascosti tra gli alberi e la pioggia violenta inzuppa le loro code rendendo sempre piú difficile il riparo precario. Stremati cadono morti al mattino ricordando l’albatros di Baudelaire. Oramai inutili, senza grazia, senza gloria, la coda scarmigliata. Il ciuffetto sopra la piccola testa rende piú triste e ridicola la loro disfatta. le femmine sopravvivvono, invece, piú leggere sono rimaste al riparo e riprodurranno presto molti altri esemplari di questi timidi testimoni di bellezza.

Inviato da iPad

Happy Holi

Happy Holi
Tra le più importanti fesività indú. Questi sono i giorni dei colori, della primavera, della rinascita. Una settimana di follia che riguarda gran parte dell’India. Nella regione del Rajastan è particolarmente vissuta. A Jaipur decine di migliaia di persone arrivano dalle campagne accalcate nei treni e negli autobus, aggrappate ai finestrini, alle porte, sdraiate sui tetti, si portano fasci di fieno per i mille fuochi necessari alla festa. Venditori ambulanti riciclati per l’occasione in magici fornitori in polvere di colore. Colori noti, mischiati, inversosimili, acquistati da tutti, da ragazzi, adulti, donne, vecchi che poi se li tirano abbosso con serietà e allegria augurandosi felice Holi. Holi sarebbe la zia importante di un di un re ancora più importante che nel complicatissimo Panteon indiano trova aiuto per l’immortalità grazie ad una divinità. Presiede così da tempo immemorabile la rinascita colorata in questa parte dell’anno. É anche e soprattutto festeggiare la ” perdurante credenza del credere”. Nelle strade di Jaipur al tramonto migliaia di falò cosparsi di profumi e incensi aprono i giorni della festa.una festa, la sola, che abolisce ogni scala sociale. Tutti possono, devono, lanciare e impiastricciare con le polveri colorate quelli che incontrano, possono finalmente “toccare” gli intoccabili, i Nobili signori, gli stranieri. La festa poi é molto legata alla propria famiglia. Pacifiche moltitudini di persone ipiastricciate dalla testa ai piedi vogliono comunque attraversare la città. Anche i taxisti, i ciclisti, i motociclisti accompagnati dalle mogli e dai bambini sono “pitturati” come per un inedito carnevale. Il colore cola col sudore originando maschere viventi spesso terrificanti. Fuochi di paglia e olio sacro illuminano la notte nei viali immensi e tra le oscure stradine. Un film dell’orrore, insomma, se non fosse per i sorrisi e la felicità vera, per gli indiani che gridano e cantano tirandosi manciate di giallo, di rosso,fuxia, porpora, verde carico e rosa confetto. E’ sicuramente una ancestrale festa dionisiaca che con la primavera e la gioia riannoda le ragioni forti del vivere.

  

India

Ci torno venti anni dopo. So già che non riconoscerò quei pochi punti di riferimento a cui mi ero affezionato allora. L’India, dal 2000, è cambiata ancor più di quanto sia cambiato io.
Mi hanno detto che le vacche sacre, nelle grandi città, oramai munite di un “chip” che le ricollega al proprietario, sono di fatto sparite. So già che i miei amici Mogul sono invecchiati come me ma, al mio contrario, sono diventati molto più ricchi. Il Rajasthan invece ha sofferto e soffre di siccità. E’ diventato più povero.
Proprio in quelle provincie si svolgerà il mio secondo viaggio in India. Molti dei bambini che allora ci accoglievano nei villaggi saltando e gridando di gioia e di stupore oggi avranno fallito come agricoltori e se ne saranno andati via. Ci saranno meno fontane e più connessioni telefoniche. Andrò ad una fiera di cavalli, cammelli e bestiame – forse lì ritroverò i colori e gli odori dell’India. I cavalli dalle orecchie a punta, veloci corridori nel deserto del Thar, avranno la stessa vitalità di allora e la confronteranno con la mia… Poi rivedrò quelle facce da zingaro, quegli strumenti musicali e quelle canzoni così simili al flamenco. E’ da lì che sono scappati via sei o sette secoli fa quelli che oggi nel Mondo vengono chiamati rom, o zingari, o gitani. Una delle tante migrazioni economiche nella storia dell’uomo. Rivedrò come la vergine nera di Saintes Maries de la Mer sia una traduzione della dea Kali. Sarà ancora commovente vedere quelle ragazzine e quelle donne nomadi ballare e cantare come andaluse senza avere un’idea di dove si trovi l’Andalusia. Torno in India.25

Quattro libri geniali

Il terzo libro mi era stato regalato per Natale. Ho resistito per quasi un mese ma, alla fine di gennaio, ho comprato il primo:“L’amica geniale” ed ho cominciato a leggere la saga della misteriosa Elena Ferrante.
Avevo tenuto duro perché mi pareva trattarsi d’una specie di soap-opera letteraria. Per di più, dopo Proust mi era difficile credere nella buona riuscita di quattro volumi sullo stesso tema. Del resto, rimango comunque un provinciale diffidente nei confronti di una scrittrice italiana che non si firma nemmeno col proprio nome.
Tuttavia, poche pagine dopo, stregato dalla genialissima piccola Lila, dalla profonda semplicità di una scrittura eccellente, ho abbandonato Melvut, il venditore di boza di Pamuk arrivato già alle soglie del 2000, così come una cronaca dell’emigrazione latina dal sud al nord America documentata dalla coraggiosa giornalista Camilla Panhard; perfino un libro sull’ultima regina del Madagascar giace da allora abbandonato.
A febbraio poi, nelle vetrine delle librerie a Parigi, ho visto i titoli della Ferrante tradotti e pubblicizzati così: “Ecco i romanzi che Daniel Pennac offre ai suoi amici”. Fantastico! Lo scrittore, suo coetaneo, inventore della Belleville letteraria del signor Malaussene, ha ritrovato nella collega italiana il gusto del raccontare la gente e il quartiere.
Allora il grande romanzo non è affatto morto! Ne abbiamo ancora bisogno. Le centinaia di pagine intorno alla vita di Lila e di Lenù sono qui a dimostrarlo. Tra qualche giorno terminerò per sempre questa, in fondo, lunga coabitazione con la durezza del quartiere e della sua gente e so già che ne avvertirò la mancanza. Avrò nostalgia di quei personaggi, quei dialoghi, di quel dialetto, quella scrittura che spesso vola ancora più alta ad illuminare la verità rossa e grigia della nostra vita.
Un tremendo consiglio di Lila resterá a lungo con me : ” Le bugie sono meglio dei sonniferi “.